La Confederazione dei Villaggi Elfici

Posted in Comunità intenzionali ed ecovillaggi

Si ringrazia del prezioso contributo presentato di seguito (e sul testo Comuni, comunità, ecovillaggi) la collaboratrice del Progetto Viverealtrimenti Cristina Salvadori (cristina@viverealtrimenti.com).

L’aggiornamento sul Festival Imaginaria è stato curato dalla nuova collaboratrice (è il suo primo contributo) Chiara Babetto.

 

Il mondo contemporaneo sta marciando ad un passo sempre più globale, diffondendo strutture uniche che tendono a presentare il modello prevalente di vita come esclusivo. All’interno di questo mondo diffuso si possono scorgere però spazi locali che propongono soluzioni di vita diverse, costruite su particolari esigenze e concezioni. Ospiti nel ventre di una realtà ormai dominante, queste piccole società offrono percorsi esistenziali alternativi che hanno trovato la loro autorealizzazione in odierne comunità ed ecovillaggi, facendo germogliare microcosmi di vita differenti nell’orientamento economico, politico, sociale, culturale e spirituale, dando così alla luce un’opportunità di vivere attraverso altri modi e di approcciarsi alla quotidiana routine mediante schemi diversi.
Il Popolo degli Elfi, confederazione di villaggi distribuiti nell’Appennino Pistoiese, in essere dal 1980, rappresenta uno di questi spazi locali, proponendoci una solida alternativa di vita sociale. La comunità è infatti una vera e propria microsocietà composta da circa duecento persone distribuite tra antichi borghi ristrutturati e case recuperate da uno stato più o meno avanzato di abbandono nel verde delle montagne toscane, animata giornalmente da ritmi di vita che volgono il loro sguardo soprattutto al passato contadino che abitava quei luoghi prima del boom economico della seconda metà del Novecento.
Il sistema economico elfico tende all’autosufficienza mediante l’impegno nel settore primario: gran parte delle attività quotidiane della comune sono dedicate alla coltivazione dei prodotti della terra, lavorata con metodi poco invasivi e attenti alle esigenze naturali e, in misura minore, all’artigianato. Semplici attività commerciali come la pizzeria ambulante (soprattutto in occasione di importanti raduni estivi, ad esempio festivals) o la vendita dei prodotti confezionati “in valle” vanno ad alimentare una cassa comune, necessaria all’acquisto di beni che non possono essere prodotti in ambito comunitario. Ogni membro può inoltre avere una propria economia privata.
La struttura politica è assente per il rifiuto di qualsiasi forma di potere e gerarchia: il non governo elfico dà vita ad una democrazia diretta nella quale non esistono cariche politiche o leader ed ognuno può esprimere la propria opinione e far sentire la propria voce all’interno del “cerchio della parola”, regolatore dell’ordine e portavoce delle decisioni finali che emergono con la maggioranza legata al prevalere di una particolare idea.
La composizione socio-culturale della comunità è eterogenea: possiamo identificarla come anarchica, antagonista, hippy, pacifista, new age, contadina, rurale, ambientalista, poiché attraverso piccole sfumature riesce ad emanare tutte queste cose, anche se la tonalità più forte è rappresentata dal richiamo ad una realtà societaria agreste e rivolta al passato in cui sono stati integrati elementi di società altre (ad esempio lo stesso metodo del “cerchio” o la pratica della capanna sudatoria mutuati, entrambi, dai nativi americani).
La sola descrizione dei caratteri generali rischia di far percepire la comunità in termini di perfezione. La capacità di sopravvivenza della comune, in realtà, non ha niente di straordinario: essa ritrae la concreta realizzazione di una diversa opportunità, resa possibile dalla volontà umana disposta a cercare valide alternative di vita ma anche attraverso la costruzione di qualche accorgimento e riadattamento necessario nonché funzionale alla positiva realizzazione di questa microsocietà e alla sua permanenza nel tempo. Scendendo nei dettagli vediamo infatti che, oltre alla ricerca di una vita ecologica, solidale, a misura d’uomo, la struttura comunitaria si regge su alcuni muri portanti che ne permettono, in sostanza, la longevità e il reale funzionamento.
Gli Elfi rifiutano ogni tipo di gerarchia e di potere e basano la loro convivenza su un’anarchia ordinata fatta di parità, libertà di pensiero e uguaglianza tra le voci. Se la parola anarchia rimanda etimologicamente ad una mancanza di struttura governativa, legandosi automaticamente ad immagini di caos e disordine, essa diventa presso gli Elfi un congegno funzionante che smentisce la concezione comune.
La società elfica non è affatto dotata di una naturale forza interna che mantiene ogni elemento al suo posto creando un ordine congenito, ma i suoi membri sottoscrivono un patto di tacita accettazione di fondamentali regole implicite necessarie alla quotidiana convivenza che rappresentano la vera realizzazione di questi due concetti apparentemente inconciliabili. In poche parole, l’anarchia ordinata non è innata alla comune ma deve essere costruita ponendo in essere gli strumenti necessari alla sua concreta realizzazione. La sottoscrizione silente al rispetto di regole tacite e implicite costituisce uno dei presupposti alla creazione dell’armonia anarchica: entrare a far parte di una comunità costruita su valori di solidarietà, cooperazione, tolleranza e rispetto reciproco presuppone l’accettazione obbligata nonché la loro messa in pratica, ponendo così un primo tassello alla sostanziale anarchia. Un’altra importante pietra è costituita dalla necessaria affermazione di qualche membro che avviene non in termini di potere ma di autorevolezza. E’ un presupposto naturale quello che fa prevalere la voce di qualcuno rispetto agli altri in merito a particolari esperienze o a diversi livelli di maturità, conoscenza e saggezza riguardo certi argomenti. La voce che risalta deve essere ascoltata perché è quella che può condurre alla giusta decisione da prendere.
Ecco allora come l’anarchia ordinata degli Elfi sia in realtà una costruzione sociale che nell’ambito della realtà comunitaria può essere definita funzionante.
Un’altra considerazione da fare in merito al successo e alla longevità di questa realtà riguarda la rivisitazione della realtà contadina di inizio Novecento. La tradizione rurale narrata nei ricordi dei nostri nonni può essere rivissuta tramite gli Elfi ma con modifiche pratico-teoriche. La ripresa del passato contadino è uno dei fattori che permette ai comunardi di ricreare uno status alternativo: attraverso questo stile di vita avviene un richiamo ai valori autentici della solidarietà, della collaborazione e della semplicità, si ha la possibilità di fare appello alla saggezza e alla sapienza, riemerge la corporeità del vivere, si instaura quel legame e quel rispetto profondo per la natura, ormai perduto. Il loro stile di vita è per questo estremamente frugale e ben lontano dai moderni comfort. Il differenziale con i loro ispiratori sta però in un fattore da non sottovalutare, importante anche per capire la longevità e la stabilità della comunità: i membri si sono trasformati in Elfi per una scelta volontaria, non per forzate condizioni di nascita. La rinuncia alle comodità, l’allontanamento dal mondo di provenienza e la scelta di un ritorno al passato fanno parte di strade soggettive che si incrociano tutte nell’area della comune ma nessuna è partita da una condizione obbligata. Lo stile di vita contadino, scelto dagli elfi, può inoltre essere “spezzato”, nel momento in cui viene vissuto come particolarmente pesante, attraverso importanti momenti nomadici. Il nomadismo ha difatti un ruolo non trascurabile in ambito elfico ― come sottolineava il sociologo Mario Cardano nel suo Lo specchio, la rosa, il loto — dove, in diretta continuità con la tradizione hippy, grande importanza viene data alla dimensione del viaggio, spesso in paesi lontani, in Asia o in America Latina, come momento di crescita interiore e di conoscenza. Nessuno, difatti, nei villaggi elfici, è insostituibile e la sostanziale fluidità di questa dimensione comunitaria consente le autonomie e le diversificazioni ritenute necessarie. Il passato dei nostri nonni narrato con nostalgia ma anche con punte di dolore legate all’oppressione padronale, alla fatica, alla fame e alla miseria, è dunque rivissuto nel presente da questa comune attraverso delle correzioni sia pratiche che concettuali che permettono loro di mantenere l’equilibrio di questo fabbricato sociale.

Tutte queste considerazioni ci aiutano a capire la trentennale esperienza elfica, la sua capacità di sopravvivere ad un concetto visto spesso come il massimo dell’utopia, anche a causa dei fallimenti comunitari presentati dalla nostra storia. Gli ideali di comunione e solidarietà sono pietre miliari presenti anche tra gli Elfi, come continuazione di quel filo rosso che lega gran parte degli esperimenti societari a partire dalle comuni religiose ottocentesche, ma vediamo anche che essi devono essere accompagnati da risvolti pratici e umani, che nella concretezza del vivere permettono il sopravvivere di un’alternativa reale.
In un discorso più ampio possiamo anche tentare di creare un approccio produttivo alla diversità, proprio a partire dall’esempio elfico. A pochi passi da casa nostra si trovano realtà che hanno rovesciato la quotidianità, che vivono partendo da presupposti esistenziali estremamente diversi e che stanno lì pronte a dimostrare come siano possibili altri modi di vivere all’interno della nostra collettività. Ma un buon confronto lo si fa solo se andiamo oltre il fascino che queste realtà possono emanare. La diversità produce tanta ricchezza quanto attrito: l’occhio che riesce a guardare con fare sincero la differenza è quello che non si pone né come idealista né come nemico poiché queste due tendenze opposte tendono paradossalmente a divenire uguali tra loro per la posizione estrema che entrambe assumono.
Valutare senza pregiudizi una realtà come quella degli Elfi significa elencare gli ingranaggi che la fanno muovere, spiegarne il funzionamento e, sulla base delle proprie idee ed esperienze di vita, creare una propria visione concettuale. L’esistenza di una comunità come quella elfica non deve limitarsi ad indicare soltanto la strada dell’accettazione o quella del rifiuto, ma deve gettare le fondamenta per ulteriori vie intermedie che portino ad un confronto produttivo su questi mondi purtroppo ancora poco conosciuti.

Confederazione dei Villaggi Elfici
Referente: Mario Cecchi, 51010 Montevettolini (PT)
Riferimento mail avalon.elfi@gmail.com

 

Imaginaria

 

L’evento attraverso il quale trovano espressione le diverse anime culturali di cui si compone la realtà degli Elfi è senza dubbio l’Imaginaria.
Un appuntamento che ha avuto inizio nel 2010 e che negli anni ha raggiunto e coinvolto sempre più persone, provenienti da tutta Europa, diventando un vero e proprio Festival artistico e musicale.
Programmato verso metà giugno, nelle edizioni passate ha accolto concerti, rappresentazioni artistiche, workshop, in un clima partecipativo e intergenerazionale.
La sede, immersa nei boschi dell’appennino pistoiese, ha ospitato l’allestimento di diversi palchi, un’area dedicata alle discipline olistiche, spazi per la cucina e il ristoro, nonché il campeggio che ha permesso ai partecipanti di soggiornarvi con la propria tenda per l’intera durata del Festival.
A consentire l’evento è stato l’impegno di tantissimi volontari provenienti da tutto il mondo, che hanno contribuito alla creazione di un appuntamento aperto al contributo di ogni partecipante.
Nel 2019 Imaginaria non avrà luogo per dare spazio ad un ripensamento del Festival in termini organizzativi. L’Associazione Culturale “Imaginaria Arte Dalla Natura” ha, infatti, lanciato un bando per la ricerca di un nuovo terreno dove poter svolgere le prossime edizioni dell’evento.

 

Per maggiori informazioni su Imaginaria:

Sito web: imaginariafestival.com/web/

FB: www.facebook.com/iMFEST

imaginariacrew@gmail.com

 

 

Per approfondire il fenomeno comunitario

 

Quindici anni di studi — in biblioteca e sul campo — sul vivere insieme.
Il quarto di una fortunata serie di testi sull’universo comunitario, ogni giorno più multiforme. Un excursus che, dalle prime comunità essene, giunge alle contemporanee esperienze di cohousing tentando di non trascurare nessuno: esponenti radicali della riforma protestante, socialisti utopisti, anarchici, hippies, kibbutzniks, ecologisti più o meno profondi, new-agers, cristiani eterodossi, musulmani pacifisti e altro ancora.
Una mappatura ragionata — su scala italiana, europea e mondiale — di gruppi di persone che abbiano deciso di condividere, in vario modo, princìpi, ambienti, beni di vario genere e denaro, di comunità sperimentali — spesso ecologiste — dove si sondino le suggestive sfide di uno spazio vitale comune.

 

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia.
Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed). Negli anni successivi pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007).
Nel 2010 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi.
Seguiranno altre pubblicazioni, in italiano e in inglese, l’ultima e di successo è: Gesù in India?, sui possibili anni indiani di Gesù.

 

Leggine l’introduzione

 

Prezzo di copertina: 16.5 euro

 

Disponibile anche in formato Kindle