Monachesimo manicheo tra Buddhismo e Cristianesimo
Dopo aver presentato, nel post precedente, il manicheismo, proviamo qui a concentrarci su un suo aspetto specifico: la peculiare tradizione monastica. Stando a quanto scrivono diversi autori, quella del monachesimo manicheo e, più precisamente, delle influenze reciproche che potrebbero aver avuto luogo con il nascente monachesimo cristiano, è una vexata quaestio. Tuttavia merita senz’altro di essere approfondita perché getta luce su una questione dibattuta da qualche secolo: alcune sorprendenti somiglianze tra il monachesimo cristiano ed il monachesimo buddhista. Sappiamo naturalmente che il monachesimo buddhista precede di oltre cinque secoli il monachesimo cristiano e questo è stato uno degli elementi che ha indotto alcuni intellettuali particolarmente “audaci” − a partire dal secolo dei lumi − ad ipotizzare un’influenza diretta del Buddhismo sul Cristianesimo. Più “problematicamente” le somiglianze tra le due grandi religioni rappresentano una delle argomentazioni utilizzate dai sostenitori della questione dei possibili anni che Gesù avrebbe trascorso in India a contatto, tra l’altro, con monaci buddhisti. Questione cui ci siamo dedicati e continuiamo a dedicarci con passione, cercando di mantenere la maggiore obiettività possibile.
Gli studi sul monachesimo manicheo non si può certo dire che abbondino. Un autore che se ne è particolarmente interessato è stato l’estone Arthur Vööbus. Leggendo i suoi testi ed incrociando alcuni loro dati con quanto emerge da Manicheismo: un tentativo di religione universale (abbondantemente citato nel post precedente) e con altre fonti, credo si possa affermare che una certa “contaminazione” tra il monachesimo manicheo e quello cristiano delle origini non sia affatto da escludere. Non si può, del resto, nemmeno escludere che il primo abbia, in qualche modo, rappresentato un traît d’union tra il proto-monachesimo cristiano e quello buddhista.
In altre parole, storicamente parlando si potrebbe ipotizzare − non senza fondamento − che il Manicheismo sia stato ispirato, nello strutturare la propria tradizione monastica, dal Buddhismo ed abbia poi contribuito a ispirare la nascente tradizione monastica cristiana.
Mi rendo conto quanto questa possa sembrare un’affermazione un po’ sensazionalistica, dunque cerchiamo di approfondire la vexata quaestio.
Riguardo il monachesimo cristiano, è abbastanza risaputo che abbia preso forma a partire dall’esperienza dei Padri del deserto, in Egitto, all’inizio del IV secolo.
Sebastian P. Brock, nel suo bel libro La spiritualità nella tradizione siriaca, menziona “due particolari stili di vita monastica” nel corso di quella che potremmo definire “la fase aurorale del monachesimo cristiano”:
«1. La vita solitaria dell’eremita, iniziata da Sant’Antonio (morto nel 356). Questo stile di vita si riferisce sia al periodo di vita completamente solitaria che al tempo in cui Antonio venne raggiunto da altri eremiti. L’esperienza di Antonio è descritta nella sua biografia, scritta da Sant’Atanasio – un’opera che fu un “best seller” e che venne rapidamente tradotta dal greco sia in siriaco che in latino;
2. La vita cenobitica del monaco che vive in una comunità; a dare inizio a questo stile di vita fu san Pacomio (morto nel 346), quando intorno al 320 fondò una comunità monastica a Tabennisi, nel medio Egitto. Questo stile di vita cenobitica si rivelò straordinariamente popolare, e presto si diffuse oltre i confini dell’Egitto, in tutto il mondo cristiano. Attraverso la Palestina, il monachesimo cenobitico si propagò in Siria e nella Mesopotamia del nord nel corso della seconda metà del IV secolo»[1].
Sicuramente la Palestina, la Siria e la Mesopotamia sono terre che hanno tenuto, a loro volta, a battesimo il fenomeno monastico. Non c’è, tuttavia, pieno accordo tra gli studiosi sul fatto che le prime esperienze cenobitiche, dunque “proto-monastiche”, abbiano raggiunto la Palestina, la Siria e la Mesopotamia a partire dall’Egitto, attraverso una dinamica di tipo diffusionista. In alternativa, a parere di alcuni esperti, il monachesimo si sarebbe sviluppato in modi diversi, in terre diverse pur a seguito delle reciproche contaminazioni delle sue multiformi espressioni.
In altre parole, non mancano studiosi che affermano che il monachesimo di tradizione palestinese, sira e mesopotamica si sia sviluppato autonomamente rispetto all’esperienza dei celebri Padri del deserto.
Senza entrare maggiormente in argomento si possono senz’altro individuare, nel cosiddetto periodo tardo-antico, diversi “poli proto-monastici”, con diverse caratteristiche, tanto in ambito egiziano quanto palestinese, siriano e mesopotamico.
La questione interessante è che in tutti i territori in cui mosse i suoi primi passi il monachesimo cristiano vi era una nutrita presenza di manichei che si esprimeva anche nell’ambito di strutture (mānistānān) che possono essere accostate ai cenobi e ai successivi monasteri della tradizione cristiana.
Manicheismo e proto-monachesimo cristiano in Egitto
Stando al testo di Marilyn Dunn, The Emergence of Monasticism. From the Desert Fathers to the Early Middle Ages (Blackwell Publishing, Oxford, 2003), missionari manichei giunsero in territorio egiziano intorno al 270 d.C.
In diversi passaggi del suo Manicheismo: un tentativo di religione universale, Julien Ries conferma pienamente quanto affermato da Marilyn Dunn.
Cito:
«La documentazione proveniente dall’Egitto mostra che ben presto la valle del Nilo e il Fayyum sono divenuti per i missionari [manichei] un territorio privilegiato, peraltro preparato dal fiorire delle scuole gnostiche fin dal II secolo.
Mescolati ai mercanti e ai barcaioli che circolavano tra il Golfo Persico e il Mar Rosso, i manichei si riunivano in Alto Egitto, lontani dalla sorveglianza della polizia romana. Nel III e IV secolo la Tebaide e Hypselis (a sud di Asyut) ospitavano importanti comunità che fornirono missionari a tutto il mondo mediterraneo. L’Editto di Diocleziano del 302[2] attesta questa attività ritenuta pericolosa per la stabilità dell’Impero romano»[3].
In un altro passaggio del suo testo, Ries presenta la Tebaide come “un focolaio della setta, vero e proprio punto di collegamento tra Babilonia e le zone di apostolato del Mediterraneo”[4].
Sappiamo che nella stessa regione desertica e montuosa si rifugiò Paolo di Tebe[5], di cui ha delineato un profilo agiografico San Girolamo in Vita Sancti Pauli primi eremitae, presentandolo − lo si evince chiaramente dal titolo − come il primo eremita della tradizione cristiana.
Dopo di lui, molti seguirono nella stessa regione fino a che, intorno al 320, vide la luce, a Tabennisi (per riprendere la precedente citazione dal testo di Sebastian P. Brock), la prima comunità proto-monastica (ovvero cenobitica) cristiana, fondata da San Pacomio. Nel giro di poco più di un ventennio i “monasteri” pacomiani erano diventati otto, coinvolgendo centinaia di monaci ed avrebbero poi conosciuto un’ulteriore, esponenziale diffusione.
Nella Tebaide − tra terzo e quarto secolo − si trovano dunque a convivere comunità manichee, composte da eletti e uditori ed eremiti e cenobiti cristiani (peraltro tutti accomunati, agli inizi del quarto secolo, dalle feroci persecuzioni di Diocleziano) oltre a seguaci dello gnosticismo e chissà di quali altre scuole e tradizioni.
Non solo, seguendo ancora Ries, il ritrovamento ad Ossirinco, nel Medio Egitto (in un’area a nord della Tebaide e a 200 chilometri a sud-est del Cairo), di un papiro del quinto secolo cui ci si riferisce come Vita greca di Mani, Codice di Colonia o CMC – Cologne Mani-Codex, rivelerebbe la “presenza di una comunità manichea in una regione di monasteri cristiani”[6].
Per i manichei l’Egitto dei primi secoli dell’era cristiana diventa il punto di partenza per espandersi nei territori dell’Africa proconsolare (corrispondenti all’attuale Tunisia, la costa orientale dell’Algeria e la parte occidentale della Libia − Tripolitania − con Cartagine come capitale) e quelli confinanti, ad occidente, abitati da popolazioni berbere, della Numidia. A Cartagine Agostino inizierà a frequentare gli ambienti manichei, dove si formerà come uditore tra il 373 ed il 383, prima che i Vandali colpiranno duramente il Manicheismo africano.
Manicheismo e proto-monachesimo cristiano in Siria, Palestina e Mesopotamia
Un contributo fondamentale, in italiano, sul monachesimo siriaco è quello di Vittorio Berti per il libro, curato da Giovanni Filoramo, Monachesimo orientale – Un’introduzione, pubblicato da Morcelliana nel 2010 e di cui è stata recentemente realizzata una seconda edizione (2024). Il contributo è anche disponibile on line.
Vittorio Berti, introducendo il monachesimo di tradizione siriaca, pone subito dei confini geografico-linguistici “nient’affatto scontati”.
La lingua siriaca, “ultima variante dialettale dell’aramaico”, non solo svolse il ruolo di koiné (lingua comune sovraregionale) nel “quadrante siro-mesopotamico – inteso come comprendente, grossomodo, gli attuali Iraq, Siria e Kurdistan, cioè quell’area che si è soliti chiamare unitariamente Mezzaluna Fertile” − prima che in quelle stesse aree divenisse dominante la lingua araba, era anche parlata in Palestina e nella penisola arabica. Allo stesso tempo, attraverso l’espansione del cristianesimo siriaco, si diffuse a Oriente “come lingua letteraria e liturgica delle missioni cristiane, giungendo a radicarsi in Persia, Asia centrale (Turkestan), Cina, Tibet, come pure sulle coste dell’India”.
Possiamo dunque senz’altro dire che un primo elemento caratteristico del Cristianesimo siriaco sia il rispettivo idioma e che lo stesso proto-monachesimo cristiano in Siria e Mesopotamia e, in misura minore, in Palestina era, fondamentalmente, di tradizione siriaca.
Il periodo che ci interessa qui sono i primi secoli dell’era cristiana (teniamo come limite i Concili di Efeso e di Calcedonia, rimanendo così entro la metà del quinto secolo), in cui il proto-monachesimo di tradizione siriaca ebbe modo di evidenziare alcune, peculiari caratteristiche che sono di interesse per questo studio anche viste in relazione al contemporaneo Manicheismo.
Iniziamo a considerare il primo ascetismo siriaco da cui avrebbe preso le mosse il monachesimo della stessa tradizione.
Scrive Berti:
«L’astensione dalle nozze, l’esercizio della povertà, la rigidità della dieta, il rifiuto del denaro e del lavoro: tutti questi sono tratti invero ampiamente riscontrabili in molte comunità cristiane dei primi secoli, ancora segnate da un’accesa tensione etica ed escatologica, ma nelle chiese siro-mesopotamiche tali caratteri appaiono in modo particolarmente marcato».
Un personaggio che notevole importanza avrebbe avuto nel delineare l’ascetismo siriaco − e dunque la successiva tradizione monastica antica − è stato Taziano il Siro, vissuto tra il 117 e il 185 circa e, per un periodo discretamente lungo, allievo di Giustino martire a Roma.
Non è chiaro se la sua conversione al Cristianesimo sia avvenuta prima o dopo la conoscenza del proprio maestro, laddove è certo che, successivamente (probabilmente intorno al 165, anno in cui morì Giustino), entrò nel gruppo “cristiano-gnostico” degli Encratiti.
Taziano è celebre per aver compilato, in lingua siriaca, il Diatessaron in cui tentò di condensare i contenuti dei quattro vangeli. Il Diatessaron fu il testo ufficiale del Nuovo Testamento per molte Chiese di lingua siriaca fino a quando, nel 423, il vescovo Teodoreto di Cirro ne impose la sostituzione con i quattro vangeli canonici conosciuti, nella versione siriaca, con il nome di Peshitta (da: mappaqtâ pšîttâ: “traduzione semplice”, vicino al latino vulgata), utilizzata ancora oggi.
Il gruppo gnostico degli Encratiti è particolarmente interessante perché rappresenta un terreno di coltura comune del proto-monachesimo cristiano e del Manicheismo.
Il termine greco enkràteia può essere tradotto con “continenza rigorosa” o “astinenza” e implicava l’astensione dalla carne e dal vino (tanto da giungere a utilizzare acqua per consacrare l’Eucaristia), dalla sessualità e dalla stessa vita matrimoniale in ottemperanza ad una visione dualista in cui la dimensione spirituale e quella materiale (identificata con il concetto stesso di male) venivano considerate, sostanzialmente, antitetiche.
Gli Encratiti, cui non era estranea una vocazione espressamente pauperista, si ispiravano soprattutto a diversi vangeli apocrifi, considerandosi profondamente cristiani anche se presto, data la loro vocazione gnostica, vennero stigmatizzati come eretici (ad esempio da Ireneo di Lione, Clemente Alessandrino e Epifanio di Salamina).
Clemente Alessandrino (150-215) ne Gli Stromati. Note di vera filosofia accosta gli Encratiti agli asceti indiani.
Cito:
«[I gimnosofisti in India] sono divisi in due categorie, chiamati gli uni Sarmani [secondo Megastene sarebbero i monaci buddhisti], gli altri Bramani. Dei Sarmani i così chiamati Ilobii [altro termine ripreso da Megastene che starebbe per: “viventi nelle selve”] non abitano città, non hanno case, si vestono con scorze d’albero, mangiano ghiande, bevono l’acqua con le mani. Nulla sanno di nozze o di procreazione, come i nostri Encratiti attuali»[7].
Epifanio, nel suo celebre Panarion, riconducendo il fenomeno degli Encratiti direttamente a Taziano, ne documenta, in periodo tardo-antico, una diffusa presenza in Siria, Asia Minore e nelle attuali regioni della Turchia.
L’imperatore Flavio Teodosio Augusto (347-395) condannò l’Encratismo con l’Editto del 382, definendo i seguaci della rispettiva “eresia” dei “cripto-Manichei” che meritavano la condanna capitale.
L’Encratismo andò dunque incontro ad un’inevitabile estinzione, in molti casi i suoi seguaci vennero assorbiti dal Manicheismo, mentre i suoi ideali, calmierati, germogliarono nella tradizione monastica cristiana alla cui affermazione, soprattutto in ambito siro-mesopotamico, aveva, evidentemente, contribuito.
«Pur se ripetutamente condannata dalle gerarchie», scrive in un articolo disponibile su Academia.edu (Scaricalo qui) Marco Pavan della Pontificia Università San Tommaso di Aquino, «la tendenza encratita sembra aver formato, insieme all’humus proveniente dalle sette giudeo-cristiane e manichee, uno degli elementi fondamentali delle comunità ecclesiali della Mesopotamia e della Persia».
Fotios Ioannidis e Arthur Vööbus
Un interessante contributo, disponibile on line (clicca qui per scaricarlo), sul monachesimo siro e palestinese è un articolo del Dottor Fotios Ioannidis, del Dipartimento di Teologia dell’Università Aristoteleion di Tessalonica.
Ioannidis riconduce l’esistenza delle prime comunità cristiane di cui si trovano tracce nei territori dell’attuale Siria, intorno all’anno 100, al giudeo-cristianesimo palestinese. Come abbiamo visto parliamo di aree di lingua e cultura aramaica (ricca di varianti dialettali).
La “marcata inclinazione all’ascesi nella chiesa sira”, riporta dunque Ioannidis, va ricondotta ad un giudeo-cristianesimo ispirato anche dallo stile di vita ascetico della celebre comunità di Qumran oltre che “al movimento ascetico cristiano manicheo, che si sviluppò in Mesopotamia, a partire dalla seconda metà del secolo III” e che aveva una forte impronta encratita.
Ioannidis è tra i sostenitori dell’autonomia della tradizione monastica siro-mesopotamica (con radici in quella palestinese) rispetto alla tradizione egiziana, anche a fronte di una visibile differenza dei reciproci tratti caratteristici: “già i padri greci consideravano la vita monastica nei paesi di lingua sira come un fenomeno estremamente originale!”.
Oltre a essere più radicalmente ascetico, l’antico monachesimo di tradizione sira, scrive Ioannidis, era maggiormente anacoretico, dunque meno orientato alle forme cenobitiche o comunitarie che dir si voglia.
Tra i monaci siri emergeranno anche i cosiddetti Girovaghi (al polo opposto dei quali troviamo i Reclusi) che giungeranno anche in Italia per essere poi esclusi, assieme agli anarchici e individualisti Sarabaiti, dalla Regola redatta da Benedetto da Norcia. Non si possono, del resto, non menzionare, nell’ambito di nuovo della tradizione sira, gli stiliti, il cui esponente più importante è stato Simeone che “dopo più di quarant’anni di dura e costante militanza ascetica, rese l’anima al Signore restando al suo posto di combattimento [in cima alla sua colonna], e ciò avvenne con certezza il giorno 1 o 2 settembre del 459”.
Consideriamo ora il teologo, orientalista e storico del Cristianesimo (soprattutto orientale) Arthur Vööbus (1909-1988). Questi nasce nella Contea di Tartu, in Estonia dove studierà teologia e verrà ordinato sacerdote. Dal 1933 al 1940 sarà un pastore luterano della Chiesa Evangelica Luterana estone. All’Università di Tartu si specializza, nel 1943, in studi sul monachesimo in Siria, Mesopotamia e Persia anteriore al decimo secolo, dopo aver lavorato, negli anni immediatamente precedenti, presso biblioteche e archivi di manoscritti a Roma, Parigi, Berlino, Londra e Lipsia su testi siriaci di teologia.
Nel 1944 lascia l’Estonia, prima che il paese entri nella sfera sovietica e, dopo un breve periodo di impiego al British Museum di Londra, migra, nel 1948, negli Stati Uniti dove diviene professore di Nuovo Testamento presso la Scuola Luterana di Teologia di Chicago.
Arthur Vööbus ha compiuto circa quaranta viaggi di studio in Medio Oriente, assemblando quella che è probabilmente la più importante collezione di manoscritti siriaci, custodita oggi presso la Hill Museum & Manuscript Library (HMML) di Collegeville, Minnesota dove è in atto un continuo processo di digitalizzazione.
Dal 2023 i manoscritti digitalizzati sono consultabili on line su https://hmmlvoobus.org/.
L’opera più importante di Vööbus, per l’argomento di questo post è: History of Asceticism in the Syrian Orient: A Contribution to the History of Culture in the Near East, volumes 1–3 (Louvain: 1958, 1960, 1988).
In particolare nel primo volume, l’autore di occupa, come si accennava, delle possibili influenze del monachesimo manicheo sul nascente monachesimo cristiano in Siria e Mesopotamia.
Questo post si avvia oramai alla conclusione e mi sembra ingeneroso, nei confronti di un grande studioso come Vööbus, dedicare appena poche righe al suo lavoro. Seguirà dunque un post di approfondimento dove torneremo sul Manicheismo ed il nascente monachesimo cristiano oltre a considerare il monachesimo buddhista cui abbiamo fatto solo cenno.
Chiudiamo dunque con qualche glimpse dal primo volume di History of Asceticism in the Syrian Orient.
Un dato importante da riportare è che Mani, scrive Vööbus, ha redatto la maggior parte delle sue opere (e dal post precedente sappiamo che Mani non si è certo risparmiato nello scrivere) in siriaco, usando, nella stessa lingua, i termini zaddīqā (perfetti, ovvero i già citati eletti) per i monaci e zaddīqtā per le donne dedite all’ascesi.
Verginità e povertà radicale, al punto da implicare una vita itinerante, erano i primi doveri monastici in ambito manicheo, assieme all’obbligo di una dieta che oggi definiremmo vegana a base, soprattutto, di pane e frutta. Al pari dei monaci buddhisti, scrive Vööbus, i monaci manichei potevano avere di scorta il cibo per appena un pasto, del resto la pratica di frequenti digiuni era ampiamente osservata.
Non meno austerità era prevista per il loro vestiario: un’unica tunica, spesso bianca, lunga fino a terra e, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei monasteri buddhisti, l’igiene del corpo, essendo quest’ultimo di per sé associato alla nefasta materia, non era valorizzata.
La maggior parte del tempo veniva dedicato, dai monaci manichei, alla recitazione delle preghiere e a salmodiare inni.
Un elemento su cui si sofferma Vööbus è l’importanza del libro nel monachesimo e, più generalmente, nelle comunità manichee. In questo Mani, scrive lo storico estone, sarebbe stato un precursore di San Basilio. I libri accompagnavano le liturgie e soddisfacevano i bisogni intellettuali dei monaci, la cui regola imponeva loro di leggere senza risparmio. I libri erano dunque i compagni inseparabili dei monaci manichei che avevano il dovere di diffonderne la conoscenza. In ambito manicheo si diffuse anche l’arte di decorare e miniare i libri che ritroveremo poi, naturalmente, nella tradizione monastica cristiana.
Considerando ora un punto di contatto tra il Manicheismo ed il Buddhismo, il rapporto tra gli eletti (ovvero i monaci) e gli uditori in ambito manicheo è speculare, scrive Vööbus, a quello che ritroviamo, in ambito buddhista, tra monaci e laici dove i primi occupano la posizione centrale nella vita religiosa, riveriti dai secondi. Al pari dei monaci buddhisti, ai monaci manichei era proibita qualunque forma di lavoro, dipendendo gli uni dai laici, gli altri dagli uditori anche per alcune incombenze banali come la preparazione dei pasti.
Stando alla, necessariamente sbrigativa, presentazione che abbiamo fatto dell’antico monachesimo cristiano siriano, i punti di contatto con la tradizione monastica manichea saltano facilmente all’occhio.
Del resto, non dimentichiamo che sono entrambi germogliati su di un sostrato encratita, pur a fronte, naturalmente, di rispettive peculiarità.
Un aspetto che sottolinea Vööbus riguardo il Manicheismo in generale è la sua straordinaria plasticità. Come abbiamo visto nel post precedente il Manicheismo si diffuse su territori molto vasti, ciascuno religiosamente caratterizzato (soprattutto in senso zoroastriano, cristiano e buddhista). Dunque i suoi esponenti si sono di volta in volta sforzati di adattare il loro messaggio al contesto in cui si trovavano ad operare, utilizzando gli stilemi religiosi e culturali più appropriati, pur a fronte, come abbiamo visto, di un rigorismo di base che, tuttavia, ai tempi, era piuttosto comune, soprattutto in ambito cristiano e buddhista. In Siria e Mesopotamia, infatti, molti cristiani erano in realtà aderenti a gruppi giudeo-cristiani o gnostici non di rado “estremisti”, a fronte della realtà magmatica e plurale del Cristianesimo precedente la prima sistematizzazione del Concilio di Nicea (325).
Era naturale, scrive Vööbus, che sette ascetiche concorrenti si contaminassero a vicenda (le stesse linee di demarcazione tra cristiani e manichei erano molto spesso difficili da identificare, sostiene lo stesso autore) ed ecco che è effettivamente verosimile che il Manicheismo, memore delle influenze ricevute dal Buddhismo e dai modelli ascetici che Mani stesso incontrò nel suo viaggio in India, abbia avuto un ruolo di rilievo in quell’humus da cui è poi germogliata la tradizione monastica del Vicino Oriente.
Lo stesso Ioannidis, nell’articolo precedentemente citato e reso disponibile per il download, afferma:
«Dal manicheismo sembrano derivare alcuni aspetti esotici del monachesimo siro, non solo estranei al cristianesimo ma addirittura in contrasto almeno apparente coi principi di quello. Molti storici hanno parlato di una certa ispirazione dell’ ascetismo siro dall’ascesi Indù».
In terra d’Egitto, come abbiamo precedentemente considerato, le influenze reciproche tra ambienti cristiani e manichei hanno avuto, a loro volta, luogo pur in maniera relativamente diversa.
Per considerare nuovamente il testo di Marilyn Dunn The Emergence of Monasticism. From the Desert Fathers to the Early Middle Ages anche in Egitto il nascente monachesimo cristiano si sarebbe sviluppato a partire da un “humus eterodosso” dove, accanto alle esperienze eremitiche e cenobitiche cui abbiamo precedentemente fatto cenno, non poteva mancare il Manicheismo, affiancato dall’autrice alle “credenze demiurgiche” (dunque gnostiche) e alla teologia di Origene.
Gli esponenti di queste scuole di pensiero, scrive la Dunn, ribadivano unanimemente la grossolanità impura del mondo materiale e la possibilità per l’anima di ascendere a Dio attraverso un arduo percorso di ascesi.
L’enfasi sulla natura “ortodossa” dell’esperienza di Antonio Abate, nella rispettiva agiografia scritta da Atanasio, rappresenterebbe, a parere della Dunn, un tentativo di minimizzare qualunque somiglianza, superficiale o meno, tra l’esperienza ascetica di Antonio e quella dei suoi vicini gnostici e manichei.
Ad ogni buon conto, credo che la prospettiva di Vittorio Berti sul maggiore (possiamo definirlo “estremo”) rigore ascetico in ambito siro-mesopotamico − memore, tra l’altro, del primo giudeo-cristianesimo palestinese pur a fronte di un maggiore ibridismo del successivo monachesimo in Palestina (che risentirà anche della vicinanza dell’Egitto) – sia la più realistica, come emerge del resto anche dagli altri contributi cui abbiamo fatto cenno.
Manuel Olivares
[1] Sebastian P. Brock, La spiritualità nella tradizione siriaca, Lipa, Roma, 2006, pp. 74-75.
[2] «Il 31 marzo 302, l’imperatore Diocleziano pubblicò contro i manichei un editto di persecuzione “che ordinava che gli istigatori e i capi – auctores quidem ac principes – fossero dati alle fiamme con i loro libri”. L’imperatore voleva frenare la inanissima ac turpissima superstitio. Si trattò di una vera e propria caccia agli eretici, accompagnata dall’ordine di distruzione sistematica di tutti i libri manichei. L’editto non fu mai revocato e questo fatto spiega la rapida sparizione dei testi manichei e di tutta la documentazione in possesso delle comunità e dei fedeli di Mani. Sarà necessario attendere la fine del XIX secolo per ritrovare un certo numero di documenti, prima in Asia centrale, lungo la via della seta, poi in Egitto e altrove».
In: Julien Ries, Manicheismo: un tentativo di religione universale. Gnosi e Manicheismo, Tomo 2, Jaca Book, Milano, 2011, pp. 217-218.
[3] Julien Ries, Manicheismo: un tentativo di religione universale. Gnosi e Manicheismo, Tomo 2, op. cit., p. 149.
[4] Ivi, p. 248.
[5] Tebe (l’odierna Luxor) era la capitale della Tebaide, nome oramai considerato sinonimo di “eremo di pace”.
[6] Ivi, p. 122.
[7] Clemente Alessandrino, Gli Stromati. Note di vera filosofia, Edizioni Paoline, Milano, 1985, p. 135.
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