Manicheismo: breve excursus su una religione che fu
«La vita e l’opera di Mani si svolgono in un contesto geopolitico e storico-culturale fra i più interessanti nella storia dell’umanità, l’area compresa tra la Siria, l’Anatolia e l’Iran da sempre crocevia naturale del confronto fra Oriente e Occidente, ed in un periodo come quello tardoantico nel quale la spinta espansiva dell’ellenismo seguita alla conquista di Alessandro Magno cominciava ad esaurirsi, antiche tradizioni orientali riprendevano vigore e consapevolezza di sé, ed un fenomeno radicalmente nuovo come il cristianesimo emergeva sempre più con la sua enorme capacità di diffusione e di incidenza sociale e culturale. In un momento storico tanto pregnante Mani credeva fermamente che gli fosse stato affidato il compito – la missione – di trovare una sintesi superiore delle diverse istanze che agitavano la sua epoca, di raccogliere armonicamente in un’istituzione religiosa, al tempo stesso rigorosamente integrata ed estremamente duttile e aperta, sia l’eredità del mondo antico sia le prospettive dei tempi nuovi, di offrire l’ultima, definitiva rivelazione a tutti gli uomini parlando loro nel linguaggio di tutte le principali civiltà del tempo»[1].
Ci sono diverse fonti da cui si può attingere un profilo biografico di Mani. Ad esempio: il Kitāb al-Fihrist, dello storico arabo Ibn al-Nadim (vissuto a Baghdad approssimativamente tra il 932 ed il 995), il Codex Manichaicus Coloniensis − riconducibile al quinto secolo, ritrovato in Egitto e acquistato presso un mercante di antichità, nel 1969, per conto dell’Institut für Altertumskunde dell’Università di Colonia –, gli Acta Archelai: testo riconducibile al polemista cristiano, del quarto secolo, Hegemonius e lo Scholion dell’esegeta siriaco, vissuto probabilmente tra l’ottavo e il nono secolo, Theodore Bar Konai.
Da queste fonti, scrive il Professore emerito di studi iraniani all’Università di Harvard Prods Oktor Skjærvø, si ricavano due versioni: l’una favorevole e l’altra ostile al fondatore del Manicheismo.
Le notizie che ne emergono sono dunque, su taluni particolari biografici, divergenti ma se ne possono enucleare alcuni punti fermi.
Mani nasce, il 14 aprile 216 d.C., nella regione storica di Babilonia, in un sobborgo dell’importante città di Ctesifonte, a circa trenta chilometri dall’attuale Baghdad. Cresce in ambienti giudeo-cristiani, in particolare di matrice ebionita[2] e gnostica. A proposito di giudeo-cristianesimo come espressione del più ampio fenomeno del Cristianesimo “aurorale” credo meriti ricordare che, nel terzo secolo d.C., questo era ancora particolarmente magmatico e plurale mentre bisognerà aspettare il 325 ed il Concilio di Nicea per un primo, chiaro delineamento dottrinario.
Non va del resto trascurato che la Mesopotamia di allora offriva uno scenario particolarmente eterogeneo da un punto di vista religioso, in cui, accanto ai “culti delle antichissime divinità siro-mesopotamiche come Bel, Atargatis, Nanaia, Nabu, ormai ampiamente modificati in termini ellenistici e con una spiccata connotazione astrologica”[3], troviamo lo Zoroastrismo e il Mitraismo. Data, inoltre, la presenza di una comunità ebraica (a seguito dell’Esilio babilonese), vi troviamo forme di Giudaismo di impostazione, soprattutto, rabbinica oltre a comunità cristiane legate alla Chiesa madre di Edessa che aveva come figure di riferimento gli apostoli Giacomo e Tommaso (Edessa si associa infatti, storicamente, alla Chiesa siriaca orientale pre-efesina e di tradizione aramaica, dunque, potremmo dire, ad un Cristianesimo diverso rispetto a quello cui siamo tutti, in Europa e, più in generale, nel mondo cosiddetto occidentale, maggiormente avvezzi).
A fronte di tutto questo potevano mancare mai forme sincretiche di natura, come si accennava, giudaico-cristiana cui si aggiungevano, non di rado, elementi esoterici e di natura gnostica? Dunque il giovanissimo Mani viene socializzato (per usare un termine propriamente sociologico) nell’ambito della setta giudeo-cristiana degli Elcasaiti[4] − cui aveva aderito in precedenza il padre (Patticio o Patteg) − che praticavano il battesimo rituale, presentando alcune affinità con gli Esseni.
In età adolescenziale si distacca progressivamente dall’ambiente in cui era cresciuto, anche a seguito di suoi ricorrenti incontri con un essere soprannaturale: un angelo − o un suo “gemello celeste” − che lo induce a perseguire una missione profetica.
Stando alla tradizione manichea, riporta il filosofo delle religioni Aldo Magris, Mani ebbe una prima visione del “gemello” a dodici anni (nel 227-228) ed una seconda, che si sarebbe rivelata la più importante, a venticinque anni, nel 240.
A seguito della seconda visione del “gemello”, Mani lascia definitivamente la confraternita di appartenenza, seguito da alcuni, primi discepoli cui si unirà, nel tempo, anche il padre Patticio. Sul modello di Paolo, inizierà a presentarsi come “Apostolo di Gesù Cristo”.
Di più: a seguito della rivelazione dell’angelo-gemello, Mani sostiene di essere il Paracleto (lo Spirito della Verità o lo Spirito Santo promesso da Gesù nel Vangelo di Giovanni) e di essere il Sigillo dei Profeti, espressione con la quale chi ha una certa dimestichezza con il Corano e con l’Islam dovrebbe sentire una certa famigliarità. Muhammad viene infatti presentato, in ambito islamico, con il titolo coranico di Khātim an-Nabiyīn, il cui significato non si discosta da quello che si attribuiva il fondatore del Manicheismo: “Sigillo dei Profeti (o della Profezia)”[5].
Nella primavera del 241, Mani si imbarca in un porto della Mesopotamia meridionale per raggiungere, navigando il Golfo Persico, l’India dove era arrivato, quasi due secoli prima, l’Apostolo Tommaso (definito, in un Inno manicheo a Gesù: “il dolce profumo che partì per le Indie”[6]), “molto celebrato negli ambienti gnostici e giudeocristiani”.[7]
Questo è, naturalmente, un aspetto particolarmente importante della biografia di Mani in relazione alle ricerche che abbiamo condotto per il nostro testo Gesù in India? di cui stiamo curando una seconda edizione rivista e aggiornata. Egli, difatti, ha effettivamente realizzato quanto viene attribuito a Gesù dai teorici dei suoi anni indiani. Vediamo più nel dettaglio: per diversi mesi, Mani si muove tra i territori dell’attuale Belucistan (nel Pakistan occidentale, ai confini con gli attuali Iran ed Afghanistan) e l’Afghanistan meridionale, parti integranti, fino al primo secolo a.C., del regno indo-greco di Battriana dove si era ben radicato il Buddhismo, da cui viene profondamente colpito il giovane profeta. In particolare Mani apprezza la distinzione, peculiare del Buddhismo, fra monaci e seguaci laici, riproducendola nella Chiesa manichea dove gli “eletti” saranno ben distinti dagli “uditori”. Tanto nel Buddhismo quanto nel successivo Manicheismo la salvezza, per raggiungere la quale è necessario aderire ai valori della non violenza e della compassione, consiste nella liberazione dal ciclo delle reincarnazioni. Dal Buddhismo Mani mutua anche la tecnica missionaria, orientata alle persone di rango elevato. Conquista dunque il principe Peroz che stando a quanto scrive Aldo Magris, oltre ad essere viceré della provincia di Cusiana − che coincideva in buona parte con l’area in cui si trovava il giovane profeta in quel periodo (da poco conquistata all’Impero Persiano Sassanide) – è il fratello di Sapore (Shapur I)[8].
Quest’ultimo verrà incoronato “Re dei re dell’Iran e del non Iran”, il 9 aprile 243, a Ctesifonte (ovvero in quella che possiamo considerare la città natale di Mani) che, nel 226, era addirittura divenuta la capitale dell’Impero Sassanide, fondato dal padre di Sapore: Artaserse (Ardashir I). L’Impero Sassanide si estenderà sulla Persia e territori limitrofi tra il 224 ed il 651, quando cederà alla conquista islamica un territorio che, nel corso dei secoli, era cresciuto esponenzialmente, raggiungendo − nel 620 − il livello di massima espansione.
Di ritorno in patria, con una lettera di raccomandazione di Peroz, Mani riesce dunque ad essere introdotto direttamente al “Re dei Re” (anche se non ancora incoronato, dato che il giovane profeta ritorna dall’India alla fine del 242, quando tutta la Corte è in lutto per la recente morte di Artaserse) da cui ottiene il permesso di muoversi liberamente, assieme a suoi seguaci, nei territori del Regno.
Una delle ragioni di questo atteggiamento benevolente, sostiene Prods Oktor Skjærvø, è riconducibile al fatto che Mani presenta la propria religione a Sapore, in un libro a lui dedicato (Shabuhragân), come la vera versione della rivelazione di Zarathustra. Al pari del padre Artaserse, infatti, Sapore aderiva allo Zoroastrismo.
Seguono circa trent’anni di viaggi, proselitismo e attività missionaria da parte di Mani e dei propri seguaci e, intorno al 270, il Manicheismo si è oramai consolidato nell’Impero Sassanide, forte anche di alcune opere composte dallo stesso fondatore (di cui oggi sopravvivono appena alcuni frammenti): il Vangelo vivente, il Tesoro della vita, il Libro dei Misteri e il Libro dei Giganti, per menzionarne solo alcune. Missionari manichei diffondono la propria fede anche in territorio romano, dalla Siria e la Palestina, all’Egitto ed il Nordafrica. Viene raggiunta presto anche l’Armenia e semi cruciali vengono piantati per la diffusione del Manicheismo in Asia centrale ed in Cina[9].
Magris presenta “un nesso molto stretto fra la religione di Mani e le grandi rotte commerciali dell’antichità”[10]:
«Data la sua condanna dell’agricoltura accusata di torturare la sostanza divina prigioniera della materia sotto forma di alberi e piante, essa poteva considerare relativamente innocenti soltanto le attività mercantili, e per questo attecchiva preferibilmente nel ceto dei commercianti, che a loro volta contribuivano a diffonderla grazie ai loro spostamenti fra i grandi centri urbani. Bisogna poi considerare che i missionari manichei erano molto versati nella medicina e nell’astrologia, due competenze capaci di attirare loro l’interesse e il favore delle classi superiori. Infine l’atteggiamento manicheo verso le religioni istituzionali, che era critico ma al tempo stesso disposto a sfruttarne gli aspetti positivi, andava incontro alle esigenze degli intellettuali desiderosi di distinguersi dalla massa credulona, come si vede ad esempio dal caso di Agostino»[11].
Tutto questo non può non suscitare, in diversi ambienti politici e religiosi, un crescente sentimento di ostilità nei confronti del Manicheismo (a partire dall’Editto Antimanicheo, del 302, dell’Imperatore romano Diocleziano che teme, oltretutto, infiltrazioni da parte dell’Impero Persiano).
Il fatto stesso che Mani si ispiri, secondo quello che Magris identifica come un atteggiamento tipicamente gnostico, tanto a Gesù quanto a Buddha e Zoroastro, sentendosi parimenti svincolato da ciascuna religione ad essi riconducibile, finisce per renderlo inviso, con il tempo, agli stessi imperatori sassanidi, nei cui territori la religione mazdea − lo Zoroastrismo – è religione di stato.
Morto Sapore, dunque, il Manicheismo − a partire dal 273 sotto il regno di Bahram – inizia ad essere sempre meno tollerato e, poi, perseguitato.
Mani viene dunque imprigionato e, per la tradizione manichea, muore − a causa delle durissime condizioni di detenzione − il 26 febbraio 277.
La Dottrina manichea
Il Manicheismo, negli intenti del fondatore, voleva essere una “religione di sintesi”, volta a portare a compimento il lavoro di coloro che ne vengono considerati i precursori: i già citati Zoroastro, Buddha e Gesù.
Dunque possiamo definire Mani, nei migliori auspici, un “universalizzatore”, un personaggio in cui facevano convergenza una sorta di equidistanza geografica, in terra zoroastriana, tra la Palestina di Gesù e l’India, nei cui territori nord-orientali si mosse, da monaco itinerante, il Buddha. Del resto, obiettivo di Mani era la realizzazione di una religione che fosse in grado di conquistare l’intera umanità.
Sentendosi ispirato a divulgare la sua saggezza in tutte le lingue del mondo, anche utilizzando la musica e la pittura, Mani si dedicò senza risparmio a fissare per iscritto la sua dottrina presentandola come un sistema perfettamente coerente e impermeabile ad ogni modifica di rilievo, onde evitare che venisse successivamente alterata da coloro che avessero “raccolto il suo testimone”.
Per questa ragione possiamo tranquillamente definire il Manicheismo, oltre che una religione di sintesi, una religione del libro (elemento su cui avrebbe successivamente fatto leva anche l’Islam che da sempre enfatizza la purezza della rivelazione coranica, che non avrebbe conosciuto interpolazione e alterazione alcuna).
“Oltre all’universalità”, scrive Giuseppe Messina in un suo testo piuttosto datato ma non per questo meno interessante: Cristianesimo, Buddhismo e Manicheismo nell’Asia antica, “Mani voleva che la sua religione fosse definitiva e durasse fino al termine del mondo e, ad ottenere ciò, egli confidava soprattutto nella sua organizzazione compatta e gerarchica. L’universalità e l’assolutezza mancavano, secondo Mani, alla religione di Cristo, come a quella di Zarathustra e di Buddha”[12].
Riprendendo l’esaustiva presentazione di Aldo Magris, vediamo rapidamente come si articolava “l’organizzazione compatta e gerarchica” del Manicheismo.
Iniziamo col dire che Mani, prima di morire, aveva designato a succedergli il discepolo Sisinnio (Sishin), a capo di un’organizzazione con il proprio vertice a Ctesifonte.
«Imitando i modelli politici del tempo, la “Chiesa” aveva una struttura piramidale: al di sotto della Guida c’erano infatti dodici “maestri” (come i Dodici chiamati da Gesù, Mt. 10.1), quindi 72 “vescovi” o “diaconi” (come i 72 discepoli inviati da Gesù a predicare, Lc. 10.1), e infine 360 presbiteri (numero cosmico), che dovevano predicare la religione e tenere i collegamenti tra le cellule; al di sotto dei presbiteri c’era un numero illimitato di adepti maschi o femmine, gli “eletti”, che vivevano in comunità praticando vita rigorosamente ascetica. A tutti costoro, cioè al clero propriamente detto, era sottoposta la gran massa dei fedeli laici, gli “uditori” o “catecumeni”, tenuti soltanto ai normali obblighi morali e soprattutto al mantenimento economico dell’istituzione religiosa. […] Le cerimonie religiose della comunità, delle quali non sappiamo molto, prevedevano il pasto rituale degli eletti, la recita di preghiere e il canto di inni che pare fossero rinomati per la bellezza del testo e della musica; inoltre si celebravano delle festività annuali fra cui la più importante era quella del “Trono” (in occidente si usava la parola greca bêma) ad indicare il “tribunale” dal quale Mani era stato giudicato e quindi l’occasione del suo martirio. Presbiteri ed eletti dedicavano molta cura a comporre, copiare e abbellire di colori e arabeschi i testi dottrinali e la letteratura di edificazione, al punto che questi libri, per quel che ce ne rimane, erano dei piccoli capolavori dal punto di vista sia artistico sia tecnico»[13].
Per completare il profilo storico, prima di entrare rapidamente in quello dottrinario, l’organizzazione particolarmente strutturata del Manicheismo non mise al riparo questa vitale ed ambiziosa religione da diverse, cruciali persecuzioni (come abbiamo del resto già iniziato ad argomentare) che finirono per esserle fatali.
In ambito sassanide le persecuzioni non terminarono con la morte, di poco successiva a quella dello stesso Mani, del Re Bahram e continuarono sin tanto che l’Impero non cedette, nel 651, alla conquista islamica. In ambito romano, alle persecuzioni inaugurate dall’Imperatore, pagano, Diocleziano si sostituirono presto quelle della Roma cristiana che poi avrebbero proseguito tanto nell’Impero Romano d’Occidente quanto in quello d’Oriente.
Inizialmente tollerato in ambito musulmano, il Manicheismo finì presto per essere perseguitato sotto il Califfato Abbaside, in particolare a partire dall’inizio del decimo secolo. Il suo baricentro si spostò dunque in Asia Centrale ed in Cina dove, in particolare nei territori dell’attuale Sinkiang, ebbe modo di sopravvivere fino al quindicesimo secolo, quando l’area venne islamizzata.
Il Manicheismo viene considerata una “religione estinta” oramai da secoli. Ne è soprattutto rimasto un utilizzo, dispregiativo, dell’aggettivo manicheo da attribuirsi a colui che non conosca sfumature nei giudizi, vedendo le cose, come si suol dire, o “bianche” o “nere”.
Cerchiamo di capire il perché di quest’utilizzo attuale dell’aggettivo in questione entrando, brevemente, negli specifici dottrinari.
Stando al testo − del grande storico delle religioni belga Julien Ries (m. 2013) − Manicheismo: un tentativo di religione universale, un pur breve viaggio nella dottrina manichea non è dei più semplici. Elementi fondamentali della stessa sono stati difatti oggetto di un vivace dibattito, tra gli specialisti, per secoli ed è arduo fare una sintesi.
La dottrina di Mani è stata dunque considerata da diverse angolazioni: in principio, sull’onda lunga dello shock causato al mondo cristiano dalla Riforma Protestante, da un punto di vista eresiologico. Diversi teologi cattolici accusavano difatti i protestanti di essere manichaei redivivi: degli eretici manichei. Del resto la Riforma Protestante ha, possiamo dire, “scoperchiato un vaso di Pandora”, facendo riemergere diverse opere nate in corrispondenza della prima diffusione del Manicheismo, composte da autori cristiani che consideravano la religione di Mani una deviazione eretica della propria, a partire da Sant’Agostino.
Questi fu un uditore manicheo dal 373 al 382 e ha, successivamente, dedicato quindici opere alla confutazione della cosiddetta “eresia manichea”. La prospettiva eresiologica divise, naturalmente, gli studiosi cattolici da quelli protestanti.
A partire dal 1700 con il saggio di storia delle religioni orientali di Thomas Hyde: Veterum Persarum et Parthorum et Medorum religionis historia, pubblicato ad Oxford, si fa strada un approccio che potremmo definire “orientalista”, in cui verranno maggiormente valorizzate fonti storiche arabe, persiane e siriane.
Nell’Ottocento si sviluppa dunque una fascinosa corrente di pensiero secondo la quale il Manicheismo, lungi dall’essere un’eresia cristiana, si viene a configurare come una grande religione orientale. Nel 1825 il filosofo e teologo tedesco Karl Alexander von Reichlin-Meldegg pubblica, a Francoforte: Die Theologie des Magus Manes und ihr Ursprung, testo di cui Julien Ries ci riporta una sintesi interessante riguardo la dottrina manichea.
La religione orientale promossa da Mani sarebbe dunque:
«un panteismo fondato su un dualismo originario e assoluto che prevede due dèi eterni l’uno del bene e l’altro del male. L’intera creazione è sottomessa all’attrazione di questi due poli e dunque a una lotta incessante. La materia, eterna e tenebrosa, sarebbe un’emanazione del principio malvagio, mentre la luce, anch’essa eterna, verrebbe dal dio buono. Materia e luce si incontrano nel tempo e la loro lotta scandisce il passare dei secoli, durante i quali l’uomo si trova sottoposto ad una continua lacerazione tra corpo e spirito. Nel corso della sua evoluzione religiosa, Mani entra dunque in contatto con il cristianesimo. Coerente fino in fondo, rifiuta di cedere di fronte alle conseguenze della propria dottrina. Nega il corpo reale di Cristo, rifiuta il dogma della resurrezione dei corpi, bandisce l’Antico Testamento a causa del suo Dio creatore della materia. Si sforza di dimostrare il carattere materiale del peccato, vera e propria sostanza tramite cui il principio malvagio si rende presente nell’uomo»[14].
Segue in questo filone il teologo protestante tedesco Ferdinand Christian Baur (1792-1860) che, nel suo saggio del 1831: Das manichäische Religionssystem, identifica nel Buddhismo la principale fonte di ispirazione di Mani. Tanto la religione del Buddha quanto il Manicheismo, scrive Baur, predicano la liberazione progressiva dell’anima dalla materia avendo come riferimento una prospettiva reincarnazionista e individuando nell’estinzione del desiderio, a partire dalla negazione inflessibile della dimensione sensuale e da una pratica rigorosa della non-violenza, l’elemento redentore. Non va tuttavia trascurato che nel Manicheismo la figura salvifica di riferimento è “il Gesù cosmico inteso in senso docetista”[15].
Il dibattito continuerà ancora a lungo, attraverso la scoperta di contributi di autori arabi (ad esempio il celebre Al Biruni) e le ricerche approfondite di altri autori europei ma il Manicheismo − lungi dall’essere semplicemente considerato un’eresia cristiana o iranica − si sarà oramai conquistato un suo posto di rilievo, malgrado non abbia superato la prova del tempo, nell’ambito delle religioni orientali.
Verso la fine dell’Ottocento non mancheranno studiosi che enfatizzeranno quella che, a loro parere, era una natura essenzialmente babilonese della religione di Mani (più di recente verrà enfatizzata la sua natura fondamentalmente iranica), ridimensionando l’attenzione alle influenze buddhiste su cui altri invece torneranno in vario modo. Tra la fine dell’Ottocento ed il 1930, cruciali scoperte archeologiche nella Cina nord-occidentale (a Turfan, nello stato di Xinjiang) e poi a Medinet Madi e nei pressi di Ossirinco, in Egitto forniranno molti fonti primarie (migliaia di frammenti di antichi manoscritti) per lo studio del Manicheismo: “I testi di Turfan”, scrive Julien Ries, “hanno potuto fornire un dato certo: la Chiesa di Mani disponeva di biografie del proprio Fondatore. Con i testi di Medinet Madi ne abbiamo la prova”.[16] Ad elementi biografici si associavano, naturalmente, elementi dottrinari, mitologici, catechetici che rendono finalmente il Manicheismo intellegibile alla luce delle sue stesse, pur residuali, fonti documentarie e il dibattito tra studiosi di diverso orientamento non ha potuto non continuare ed è, naturalmente, ancora in corso.
Concludiamo citando una delle fonti primarie cui abbiamo appena fatto cenno.
In un testo della raccolta, in lingua copta, dei Kephalaia, sollecitato dalle domande dei discepoli, Mani si presenta come il “compimento della rivelazione” enunciando elementi dottrinari cruciali del successivo Manicheismo.
In particolare utilizza una metafora agricola avendo come riferimento i mesi del calendario egiziano di Pharmouthi (l’ottavo mese, corrispondente approssimativamente al nostro aprile) e Paophi (il secondo mese, corrispondente approssimativamente a ottobre).
Ancora oggi e alle nostre latitudini (nell’Egitto del tempo di Mani, che oltretutto aveva come riferimento il calendario lunare, alcuni dettagli erano probabilmente diversi ma credo in linea di massima quanto verrà esposto possa avere una sua coerenza generale) aprile è un mese cruciale per piantare le cosiddette varietà primaverili di alcuni cereali mentre ottobre rappresenta il culmine dei raccolti autunnali e l’inizio della preparazione per il riposo nella successiva stagione invernale.
Come in agricoltura esistono momenti propizi per la semina, la mietitura e la raccolta, nella prospettiva di Mani esiste un momento opportuno per gli inviati per discendere nel mondo ed un momento per lasciarvi la propria “chiesa”, per poi “re-innalzarsi in cielo”. Tuttavia, ciascuno di essi continuerà a sostenere la chiesa che ha creato e dunque, per citare direttamente il testo (riportato da Aldo Magris nella sua Antologia dei testi manichei) che tuttavia presenta, al pari degli altri della raccolta, diverse lacune:
«Coloro che usciranno dai loro corpi (soma) dopo di lui,…egli diventerà per essi un […] e guida, e procede davanti a loro […] sino agli altri che perdurano nella carne».
Tornando alla metafora agricola, ad ogni raccolto segue una gestazione ed un raccolto successivo, ad ogni semina una mietitura e poi una semina successiva. “Il contadino”, nelle parole di Mani ai propri discepoli, “non cessa mai di faticare e preoccuparsi”:
«Quando finisce il raccolto dei cereali in Pharmouthi […] in primavera, allora spuntano i frutti dell’estate […] e vengono raccolti nel mese di Paophi.
In simile guisa sono gli Inviati, poiché quando l’Inviato si innalza, lui e la sua Chiesa, ed essi si ritirano dal mondo, subito un altro Inviato all’altra Chiesa [che rimane sulla terra] […], ma in primo luogo dà forma libera alla sua Chiesa nell’alto dei cieli […]. Quando […] egli viene quaggiù e si rivela […] libera la sua Chiesa e la salva dalla carne […].
Da Set, il figlio più anziano di Adamo, sino ad Enosh, e così Enoch, e da Enoch sino a Sem, il figlio di Noè […] la Chiesa dopo che in oriente Buddha ed Aurente [Nessun personaggio storico ci è noto con questo nome. Potrebbe essere la personificazione astratta derivato dal sanscrito arhat: perfetto, che designava il monaco buddhista] e gli altri [furono inviati…], coloro che furono inviati dalle parti del sol levante. Dall’arrivo di Buddha e di Aurente sino all’arrivo di Zarathustra in Persia, la volta in cui giunse dal re Istaspe [Personaggio (iranico: Vishtaspa) nominato nell’Avesta come amico e protettore di Zarathustra], dalla venuta di Zarathustra fino all’arrivo di Gesù [Cristo], il Figlio della Grandezza».
Credo da questo passaggio emerga nitidamente il tentativo universalistico di Mani e del successivo Manicheismo oltre alla sua proverbiale vocazione dualista.
Quando i tempi sono maturi, gli Inviati discendono dal Mondo della Grandezza o Mondo della Luce nel mondo della carne, vi fondano, ciascuno, una propria chiesa per riportare coloro che la seguiranno alla salvifica dimensione spirituale. Le chiese dei diversi inviati rimangono sulla terra dopo la loro dipartita, avendo ciascuna un corrispettivo perfetto “nell’alto dei cieli”.
Il tutto si svolge lungo un ampio asse spaziale oltre che temporale, a Oriente come a Occidente. Ogni terra ha un suo inviato. Sopraggiunge poi la discesa dell’ultimo inviato, il Paraclito, preannunciato nel Vangelo di Giovanni che nella prospettiva manichea sarebbe Mani stesso: il sigillo dei profeti!
Vi invitiamo ora a leggere il post successivo in cui ci soffermiamo sulla peculiare espressione monastica del Manicheismo, considerandola in relazione al monachesimo cristiano e a quello buddhista.
Manuel Olivares
[1] Aldo Magris (A cura di), Il Manicheismo; Antologia dei testi,, Morcelliana, Brescia, 2000, p. 7.
[2] Per quanto riguarda gli Ebioniti riporto un breve passaggio dal testo, di Ireneo di Lione, Contro le eresie:
«Quelli che si chiamano Ebioniti ammettono che il mondo è stato fatto da Dio, ma su quello che concerne il Signore pensano come Cerinto e Carpocrate; usano solo il Vangelo di Matteo e rifiutano l’apostolo Paolo dicendo che è apostata dalla Legge. Gli scritti dei profeti tentano di esporli con troppe sottigliezze; si fanno circoncidere e conservano le consuetudini della legge e il modo di vivere dei Giudei, per cui adorano Gerusalemme, come se fosse la casa di Dio»,
In: Ireneo di Lione, Contro le eresie e gli altri scritti, Jaca Book, Milano, 1997, p. 106.
Cerinto e Carpocrate sostenevano che Gesù non fosse nato dalla Vergine, essendo piuttosto il “figlio naturale” di Giuseppe e di Maria.
[3] Aldo Magris (A cura di), Il Manicheismo; Antologia dei testi, op. cit., p. 9.
[4] Di qui una ipotesi interessante, sul nome stesso del fondatore del Manicheismo, riportata, in nota, nell’introduzione del testo di Aldo Magris che abbiamo recentemente già citato:
«Secondo una recente ipotesi di J. Tubach, il nome completo di Mani sarebbe stato costituito da mana’, “vaso” (nel senso di “recipiente” o “ricettacolo” dello spirito divino e khasaya, “nascosto”. Se ciò è vero, esso avrebbe avuto una notevole somiglianza con quello del Fondatore della setta in cui crebbe da bambino, Elcaseo (El.Khasay, “il Dio nascosto”) e pertanto Mani potrebbe averlo ricevuto non alla nascita ma solo in seguito alla sua entrata nella confraternita, secondo un’antica usanza che fu poi mantenuta nella Chiesa manichea e che peraltro sopravvive anche negli Ordini religiosi della Chiesa cattolica».
In: Aldo Magris, op. cit., p. 7
[5] «Muhammad non è padre di nessuno dei vostri uomini, egli è l’Inviato di Allah e il sigillo dei profeti 1. Allah conosce ogni cosa». (Il Corano, 33: 40)
[6] Aldo Magris (A cura di), Il Manicheismo; Antologia dei testi, op. cit., p. 330.
[7] Ivi, pp. 13-14.
[8] Peroz/Firuz viene menzionato anche da Prods Oktor Skjærvø anche se, stando ad altre fonti, lo stesso non avrebbe avuto rapporti di parentela con Sapore (Shapur I), essendo piuttosto un Re sassanide del quinto secolo.
In un passaggio di un manoscritto in lingua copta, parte della raccolta dei Kephalaia, riportato nel testo più volte citato di Aldo Magris, Mani stesso, in risposta alle domande dei discepoli, affermò quanto segue:
«Nell’anno nel quale Artaserse, il re, morì e suo figlio Sapore divenne re, questi mi mandò a chiamare ed io attraversai il mare dalla terra degli Indiani verso la terra di Persia, ed ancora dalla terra di Persia andai alla terra di Babilonia, e dalla Mesene [bassa Mesopotamia] in Susiana [provincia persiana con capitale Susa, l’attuale città iraniana Shush]. Mi presentai davanti al re Sapore ed egli mi accolse con grandi onori e mi concesse che mi spostassi liberamente nei suoi territori e predicassi la Parola di vita».
In: Aldo Magris (A cura di), Il Manicheismo; Antologia dei testi, op. cit., pp. 98-99.
[9] Le lingue principali utilizzate nell’ambito del Manicheismo sono state: il partico, il sogdiano, il turco, il cinese, l’aramaico, il greco, il copto e il latino.
[10] Aldo Magris (A cura di), Il Manicheismo; Antologia dei testi, op. cit., p. 21.
[11] Ibidem.
[12] Giuseppe Messina, Cristianesimo, Buddhismo e Manicheismo nell’Asia antica, Nicola Ruffolo Editore, Roma, 1947, p. 224.
[13] Aldo Magris (A cura di), Il Manicheismo; Antologia dei testi, op. cit., p. 24.
[14] Julien Ries, Manicheismo: un tentativo di religione universale. Gnosi e Manicheismo, Tomo 2, Jaca Book, Milano, 2011, p. 39.
[15] Ivi, p. 44.
[16] Ivi, p. 98.
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