La via degli eremiti; breve storia dell’eremo di San Leonardo a Castel Sant’Elia (VT)
Di seguito lo script per un video in via di realizzazione che riporterà lo stesso titolo di questo post. Il progetto si è sviluppato grazie all’amichevole collaborazione di Alfredo Broccolo.
Lo script ha rappresentato appena una traccia che ha sicuramente indirizzato il progetto video che ha poi proceduto (o, forse, potremmo dire “fluito”) in maniera relativamente autonoma.
In attesa del video: buona lettura!
«Un attento esame delle fonti testuali, supportato da altrettanto accurate ricerche di carattere antropologico, ha ormai da tempo evidenziato come, segnatamente per il secolo IV, si possa parlare di una società esortata all’ascetismo. La religione cristiana, non più perseguitata, acquisisce con l’imperatore Costantino completa libertà di culto. È in questo quadro politico e religioso che la propaganda anacoretica acquista diffusione sempre maggiore in Oriente e inizia ad allargarsi anche in Occidente»[1].
L’eremitismo e il cenobitismo sono fenomeni comunemente ascrivibili ai deserti d’Egitto, a partire dalla seconda metà del terzo secolo. Viene vivacemente dibattuta la tesi secondo cui le esperienze eremitiche e cenobitiche nei territori dell’attuale Siria, Palestina e Cappadocia possano essere state autoctone oppure “di importazione” dalle terre egiziane. Resta certo che l’eremitismo e il cenobitismo abbiano mosso i primi importanti passi in Egitto e nel Vicino Oriente, per radicarsi solo successivamente nei territori dell’Impero Romano d’Occidente. Eppure non mancano esperienze eremitiche degne di nota, risalenti al quarto secolo, non molto lontano da Roma, ad esempio nella Valle del Tevere, dominata dal Monte Soratte.
Sulla cima del monte si rifugiò e visse da eremita San Silvestro, prima di salire al soglio pontificio nel 314, assistendo al passaggio epocale dalla Roma pagana alla Roma cristiana. Secondo gli Actus Silvestri ed il Liber Pontificalis, San Silvestro avrebbe guarito Costantino dalla lebbra e gli avrebbe somministrato, in un secondo momento, il battesimo. Ancora oggi è possibile visitare il Monastero o Eremo di San Silvestro in summo montis cacumine e altri eremi che videro successivamente la luce sul Soratte, alle pendici del quale troviamo l’interessante Eremo di Santa Romana (intitolato a una santa contemporanea di San Silvestro), “considerato da alcuni storici la più antica manifestazione della civiltà nel territorio falisco, modificata ed adattata a soluzioni cristiane”.
Nel sesto secolo l’esperienza cenobitica sul Monte Soratte si lega a quella della Valle Suppentonia, tra i comuni di Nepi e Castel Sant’Elia dove, a partire dal 520 circa, si sviluppa il Monastero di Sant’Elia, abbondantemente documentato nei Dialoghi di Gregorio Magno.
Lo stesso monastero viene citato in un prezioso documento, redatto a Nepi (VT) o Roma il 3 giugno 557: il cosiddetto papiro ravennate. Questo documento costituisce il verbale di vicende (ascrivibili, probabilmente, ad un periodo approssimativamente compreso tra il 538 e il 550) di terre contese nel territorio nepesino.
Il Monastero di Sant’Elia ― indicato nel testo d’archivio come Monasteri sst aeliue ― vi figura (insieme all’abate Anastasio) come il beneficiario di parte di queste terre.
Oggi dell’antico monastero resta una bella basilica romanica, edificata dove nei secoli precedenti, probabilmente, sorgeva un tempio pagano fatto costruire da Nerone e dedicato alla dea Diana.
È tuttavia verosimile che nel periodo cui fa riferimento il papiro ravennate, il Monastero di Sant’Elia fosse un grande insediamento cenobitico in grotta (ovvero in celle ampiamente distribuite nel versante della Valle Suppentonia su cui oggi affaccia Castel Sant’Elia e, possibilmente, in altri nuclei limitrofi, come l’area dell’attuale centro storico), secondo il modello delle laure siro-palestinesi.
Questo modello di proto-monachesimo semi-eremitico (dal greco λαύρα, letteralmente: “passaggio”, “vicolo”) si diffuse capillarmente in area siro-palestinese a partire dal IV secolo d.C., legato a figure carismatiche come Sant’Ilarione di Gaza e San Caritone. Dal punto di vista strutturale e organizzativo, la laura rappresentava una via di mezzo tra l’eremitismo assoluto (anacoretismo) e la vita comunitaria (cenobitismo): essa consisteva in un agglomerato di grotte o celle singole e isolate (i kellia), distribuite su un territorio impervio, i cui occupanti conducevano una vita di rigoroso isolamento e silenzio durante la settimana, per poi radunarsi nei giorni di sabato e domenica in un nucleo centrale comune (la coenobia) per la celebrazione dell’Eucaristia, la preghiera comunitaria e la consumazione dei pasti.
Quando pensiamo alla versione del VI secolo del Monastero di Sant’Elia — di cui oggi la cripta dell’VIII secolo rappresenta la parte più antica sotto la Basilica romanica — dobbiamo fare uno sforzo d’immaginazione, uscendo dallo stereotipo delle imponenti costruzioni del Basso Medioevo.
L’insediamento eremitico ipogeo di San Leonardo, appartato rispetto alla Basilica da cui tuttavia dista, in linea d’aria, poche centinaia di metri, rappresenta oggi una testimonianza cruciale perché è probabilmente il luogo, nella Valle Suppentonia, più rappresentativo della prima esperienza eremitica e cenobitica (o “lauriotica”) da cui avrebbe successivamente preso forma la vita monastica vera e propria.
L’insediamento di San Leonardo ha le esatte fattezze di una laura: si sviluppa infatti in una fila disomogenea di celle che “sfumano” verso una chiesa rupestre, luogo di ritrovo dei cenobiti per la celebrazione dell’Eucarestia. Il complesso sorge in un territorio impervio, adagiato a mezza costa su una delle cenge della Valle Suppentonia, a picco sul precipizio. Nella valle e negli immediati dintorni esistono altre aree ricche di ipogei ― talora allineati a mo’ di laura ― che probabilmente concorrevano alla prima esperienza eremita e cenobitica, ad esempio nei pressi del Sentiero delle Fontanacce (che presenta anche punti di approvvigionamento idrico ancora attivi; da cui probabilmente l’allusione nel nome), ma l’insediamento eremitico ipogeo di San Leonardo si potrebbe definire “da manuale”.
Nella comunità di studiosi e appassionati si ritiene comunemente che le grotte che lo punteggiano facessero parte di un’antica necropoli falisca e siano state riutilizzate in periodo tardoantico da asceti di origine orientale. Del resto, i primissimi eremiti della tradizione cristiana, a partire da Sant’Antonio Abate in Egitto, erano soliti insediarsi in vecchie tombe.
Sulla probabile origine orientale degli asceti che diedero vita al primo nucleo proto-monastico, da cui si sarebbe poi sviluppato il Monastero di Sant’Elia, si soffermano diversi studiosi in un arco temporale che supera abbondantemente il secolo.
Merita senz’altro citare l’opera monumentale, di Giuseppe Tomassetti, pubblicata nella seconda metà dell’Ottocento, Della campagna romana nel Medio Evo, che ha rappresentato un saldo punto di riferimento per coloro che si sono successivamente occupati dei territori prossimi a Roma.
Tomassetti sostiene che il Monastero di Sant’ Elia sia uno dei più antichi d’Italia e che la stessa dedicazione al celebre profeta veterotestamentario «ci ricorda gli asceti primitivi anteriori alla istituzione del monachesimo occidentale, cioè a San Benedetto»[2].
Seguiamo brevemente la venerazione per la figura di Elia: sviluppata capillarmente in Palestina in epoca pre-cristiana e localizzata, in particolare, sul Monte Carmelo, avrebbe in seguito dato vita a un vero e proprio culto liturgico, estendendosi progressivamente in altri paesi d’Oriente.
«Ne sono testimonianza non solo la diffusione delle celebrazioni in suo onore, attestate in date differenti sia nei Patriarcati di Alessandria e Antiochia sia in varie Chiese Orientali, ma anche alcune iscrizioni che indicano la presenza di fedeli devoti al profeta nella provincia d’Arabia e ad Ezra, in Siria, dove nel 542 risulta edificata una chiesa a lui intitolata»[3].
Il culto si sarebbe nel contempo esteso anche a Costantinopoli per raggiungere, successivamente, il mondo russo, mentre in Occidente – anche in virtù della maggiore attenzione data dalla Chiesa di Roma al culto dei martiri cristiani rispetto ai profeti veterotestamentari – la figura di Elia ne uscì particolarmente penalizzata. Il profeta venne persino escluso dal calendario liturgico; la vita dei monaci occidentali – di cui Elia avrebbe dovuto essere un fondamentale ispiratore – fu sempre più influenzata, a partire dal VI secolo, dalla Regola di San Benedetto e dagli orientamenti della Chiesa romana. Di conseguenza, contrariamente a quanto accaduto tra gli eremiti e i cenobiti orientali, nei monasteri d’Occidente la figura di Elia è stata ― almeno in periodo altomedievale, fino al XII secolo ― pressoché dimenticata.
A fronte di questo quadro complessivo e della dedica del monastero della Valle Suppentonia a Sant’Elia, possiamo facilmente dedurre che i monaci che vi risiedevano avessero un’origine molto probabilmente siriana e fossero giunti in Occidente prima dell’affermazione della Regola benedettina. Erano del resto siriani molti pionieri del monachesimo nel Centro Italia: gli esempi più celebri si ritrovano agli albori delle esperienze monastiche di Farfa, in Sabina e di Monteluco, in Umbria.
Sono state d’altronde documentate vere e proprie migrazioni di monaci siriani, nel quarto e quinto secolo, dovute a persecuzioni conseguenti a conflitti dottrinari di cui erano vittima in patria. I primi concili della cristianità l’hanno difatti, più volte, lacerata. Basti pensare alla questione ariana e al sostegno dato all’arianesimo dagli imperatori Costanzo II (figlio di Costantino il Grande e in carica dal 337 al 361) e Valente (in carica dal 364 al 378), che nell’Impero romano d’Oriente avrebbe esiliato e perseguitato i cristiani fedeli al Concilio di Nicea, da cui sarebbe scaturito il celebre Credo niceno che viene regolarmente recitato durante la messa. Nel quinto secolo ulteriori lacerazioni si sarebbero avute a seguito dei concili di Efeso (431) e di Calcedonia (451), che avrebbero determinato gli strappi del nestorianesimo e del monofisismo.
La letteratura agiografica medievale ha elaborato il celebre nucleo narrativo della Passio XII Fratrum qui e Syria venerunt (che ricade sotto la definizione-ombrello del “Ciclo dei Siri”), a cui si affianca la tradizione leggendaria della migrazione di 300 monaci in fuga a seguito delle controversie dottrinali del Concilio di Calcedonia. Sebbene la storiografia moderna consideri il numero e la simultaneità dello sbarco come un tópos letterario volto a nobilitare le origini del cristianesimo locale, il fenomeno migratorio sottostante è storicamente accertato. La tradizione della migrazione di monaci siri nel IV e V secolo è particolarmente radicata in Umbria, in special modo in Val Castoriana e Valnerina, oltre che nella citata area di Monteluco; ma considerata la vicinanza geografica con alcune zone della Tuscia (nella fattispecie l’area di Castel Sant’Elia) e i buoni collegamenti ― già in illo tempore ― della via Flaminia, della via Amerina, del Tevere e della via Tiberina, è verosimile che le origini siriane del Monastero di Sant’Elia possano essere riconducibili allo stesso fenomeno.
La situazione cambia quando giunge al monastero, intorno al 520, Anastasio. Di probabile origine franca, ricopriva l’autorevole carica di notaio della curia romana fino al momento in cui decise, ragionevolmente, di ritirarsi a vita eremitica. Il suo arrivo segna l’innesto della cultura amministrativa e giuridica dell’Occidente romano sul ceppo dell’ascetismo orientale preesistente. È proprio ad Anastasio che si deve la fondazione del primo cenobio strutturato, nucleo da cui trarrà origine il Monastero di Sant’Elia.
Sull’antico cenobio nella Valle Suppentonia, alla cui guida è oramai saldo Anastasio, si sofferma Gregorio Magno (ovvero Papa Gregorio I, sul soglio pontificio dal 3 settembre 590 al 12 marzo 604) nel primo libro dei suoi Dialoghi; opera che sarebbe passata alla storia come una delle maggiormente lette nel Medioevo, imperniata su lunghi e profondi colloqui tra il celebre pontefice ed il suo diacono Pietro che si rivela un ottimo ascoltatore della ricca aneddotica del suo maestro.
Gregorio Magno — destinato a essere riconosciuto come uno dei quattro grandi Dottori della Chiesa d’Occidente, insieme a San Girolamo, Sant’Agostino e Sant’Ambrogio — accenna inizialmente al cenobio, in un primo racconto, a proposito di Nonnoso: priore del Monastero di San Silvestro sul Monte Soratte.
Anastasius Nonnoso assidue iungebatur scrive San Gregorio Magno nel libro I dei suoi Dialoghi: Anastasio si incontrava spesso con Nonnoso. C’è chi sostiene che Nonnoso sia succeduto ad Anastasio nella guida del monastero nella Valle Suppentonia ma è un’ipotesi non condivisa dai diversi agiografi che si sono occupati dei due santi.
Ad Anastasio Gregorio Magno dedica un significativo brano (immediatamente successivo a quello su Nonnoso) nel primo libro de I Dialoghi che merita di essere, almeno in parte, citato, per farci quasi magicamente trasportare nel sesto secolo, all’epoca della compilazione dell’opera del grande pontefice che scriveva di fatti a lui quasi contemporanei:
«Una notte, quando ormai Dio onnipotente aveva decretato di ricompensare Anastasio delle sue fatiche, si udì una voce dall’alto della rupe che gridava forte scandendo le parole: “Anastasio, vieni”. Dopo di lui furono chiamati per nome altri sette monaci. Per un momento la voce tacque, poi chiamò un ottavo fratello. Dato che tutta la comunità aveva udito quelle parole distintamente, nessuno dubitò che fosse prossima la dipartita di tutti quelli che erano stati chiamati.
Dopo pochi giorni Anastasio per primo, poi tutti gli altri, vennero a morte nell’ordine con cui li aveva chiamati la voce dalla rupe. Il fratello che era stato chiamato dopo che la voce era rimasta per un po’ in silenzio, visse per pochi giorni dopo che gli altri erano morti e poi morì anche lui, in modo che si capisse che il silenzio della voce aveva indicato quei pochi giorni di vita.
In quella occasione accadde un fatto meraviglioso. Quando Anastasio stava per morire, c’era nel monastero un fratello che non voleva sopravvivergli. Perciò, prostrato ai suoi piedi, cominciò a chiedergli tra le lacrime: “Nel nome di colui al quale tu vai, che io possa vivere dopo di te non più di sette giorni”. Dopo sei giorni anche lui morì, benché in quella notte non fosse stato chiamato insieme con gli altri, sicché apparve chiaro che solo l’intercessione di Anastasio aveva potuto ottenere che morisse anche lui»[4].
Un affresco presente nella Basilica di Sant’Elia (co-dedicata anche a Sant’Anastasio) riproduce il momento in cui, dopo il loro abate, i monaci vengono chiamati, uno a uno, dalla voce dall’alto della rupe.
Sono rappresentati distesi gli uni di fianco agli altri in un ambiente che ricorda la Grotta di San Leonardo, verso cui, come si accennava, “sfumano” le grotte dell’omonimo insediamento.
Questo ipogeo è articolato in tre ambienti, uno dei quali è la chiesa rupestre che conserva ancora lacerti di affreschi i cui strati più antichi sono stati fatti risalire al sesto secolo. La grotta-chiesa è intitolata a Leonardo di Noblac, conosciuto anche come San Leonardo eremita (Vendôme, 496 circa – Noblac, 6 novembre 545), che visse effettivamente in eremitaggio la maggior parte della sua esistenza. Venerato da tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi, le sue reliquie sono custodite nella collegiata di Saint-Léonard-de-Noblat. Nel Medioevo fu uno dei santi più popolari e invocati d’Europa; in quanto santo patrono dei carcerati ingiustamente, l’iconografia tradizionale lo raffigura spesso con delle catene, simbolo che – in un suggestivo parallelismo visivo – sembra legarsi indissolubilmente ai vincoli ascetici e alla reclusione volontaria degli antichi eremiti della Valle Suppentonia.
Ed è proprio all’interno della secolare cornice della Grotta di San Leonardo che la memoria locale, sospesa tra storia e leggenda, colloca un avvenimento di eccezionale rilevanza per il destino dell’intera penisola: l’incontro segreto tra papa Gregorio Magno e la regina dei Longobardi, Teodolinda. I fatti si inseriscono nel tormentato biennio tra il 592 e il 593 d.C., una stagione drammatica in cui il re Agilulfo, marito di Teodolinda, stava conducendo le armate longobarde in un’avanzata travolgente attraverso l’Etruria meridionale e la regione nepesina, minacciando direttamente di assediare e saccheggiare una Roma ormai indifesa.
In questo scenario di guerra, il Castello di Sant’Elia e l’attiguo cenobio rupestre offrirono un asilo sicuro al pontefice. Consapevole del profondo sentimento cattolico della regina bavara e del notevole ascendente politico che ella esercitava sul consorte, Gregorio Magno scelse la solitudine della forra per tessere una delicata trama diplomatica. Secondo la tradizione celebrata ancora oggi dalle rievocazioni storiche di Castel Sant’Elia, il colloquio tra il Papa e Teodolinda ottenne l’effetto sperato: la sovrana si fece mediatrice di pace, convincendo Agilulfo a desistere dall’attacco e a ritirare le truppe accampate fuori dalle mura dell’Urbe.
Con questo memorabile atto di diplomazia spirituale si suggella la storia antica della Valle Suppentonia. Da impervia necropoli pagana a rifugio radicale per gli asceti d’Oriente, da cenobio protetto dall’autorità dei pontefici fino a teatro di paci regali, la laura di Sant’Elia cessa di essere un semplice insediamento rupestre periferico per consacrarsi come un crocevia fondamentale della civiltà altomedievale: un lembo di terra in cui il silenzio delle grotte ha saputo cambiare il corso della storia.
Manuel Olivares
[1] A. Pascolini, Il movimento eremitico nella Diocesi di Spoleto in età Altomedievale, Tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, 2018.
[2] Giuseppe Tomassetti, Della Campagna Romana nel Medio Evo, Società Romana di Storia Patria, Roma, 1885, p. 329.
[3] Davide Ferraris, Il culto del profeta Elia tra Oriente e Occidente, in: Rivista di storia e letteratura religiosa, Anno LII, 2016, n.1, p. 53.
[4] Salvatore Pricoco e Manlio Simonetti (a cura di), Gregorio Magno, storie di santi e di diavoli, Vol I, Mondadori, Milano, 2005, pp. 61-65.
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