Il vessillo di Teodolinda: rievocazione storica a Castel Sant’Elia
Sabato 13 settembre sarà un buon giorno per visitare il borgo di Castel Sant’Elia (VT).
Alle 16.30 è prevista una visita guidata all’eremo di San Leonardo che ha ospitato una delle primissime esperienze cenobitiche e proto-monastiche in Italia. L’eremo richiama, nella sua morfologia, le laure siro-palestinesi dei primi secoli della cristianità. Si sviluppa difatti attraverso una fila di celle (ricavate probabilmente da grotte con precedente funzione cimiteriale, in periodo falisco), lungo un costone tufaceo che affaccia, a precipizio, sulla splendida Valle Suppentonia. Il sentiero su cui si snoda termina, potremmo dire “culmina”, nella grotta più importante in cui si ritrovavano i cenobiti per le celebrazioni liturgiche: la grotta di San Leonardo, con lacerti di affreschi che potrebbero risalire fino al sesto secolo. Difatti, il primo documento che attesta l’esistenza di un’importante comunità monastica nella Valle Suppentonia, il Papiro Ravennate, risale al 557.
È prevista una visita guidata all’eremo anche domenica 14 settembre, alle ore 16 e, ancora, sabato 20 e domenica 21 settembre, alle ore 17.
L’inziativa si inquadra in un complesso di eventi culturali, di rievocazione storica e conviviali al borgo.
Si colloca a metà strada tra storia e leggenda il possibile incontro della regina longobarda Teodolinda con il pontefice Gregorio I (conosciuto anche come Gregorio Magno), nell’anno del Signore 590, proprio nella Grotta di San Leonardo. L’incontro avrebbe avuto una cruciale importanza storica perché avrebbe scongiurato l’invasione dell’urbe da parte dei longobardi, guidati da Agilulfo, marito di Teodolinda.
Citando liberamente il testo, di Augusto Grispigni, Il Castello di Sant’Elia de Pentoma, propongo, di seguito, una ricostruzione dello storico evento, a partire da alcuni suoi prodromi e, a fine post, il programma dettagliato dei due week end castellesi.
Buona lettura e buona visita a Castel Sant’Elia in occasione de Il vessillo di Teodolinda!
Gregorio Magno incontra la regina Teodolinda…e Roma è salva
3 settembre 590: Gregorio Primo, successivamente conosciuto come Gregorio Magno, viene consacrato pontefice nella Basilica di San Pietro.
Il suo predecessore, Pelagio II, era morto di peste ed il morbo continuava ad imperversare a Roma.
Gregorio Magno ordinò dunque vi fosse una grande processione di penitenza alla Basilica di Santa Maria Maggiore, per tentare di ottenere la grazia della cessazione dei contagi e la fine della pandemia.
Coincidenza o meno, “da quel giorno rapida fu la decrescenza del morbo che, in breve, scomparve”.
«Si afferma da molti che mentre la peste infieriva, più volte, a sera, parve di vedere su la Mole di Adriano un angelo roteare una spada di fiamma sopra la città. La sera della grande cerimonia riapparve l’angelo terribile ma questa volta non era più minaccioso; lo si vide in atto di riporre la spada nel fodero. Iddio aveva disposto la fine del flagello»[1].
Scongiurato il pericolo della peste, nuove minacce muovono da nord.
Un messo del Vescovo di Volseno[2], viene ricevuto al Laterano e condotto al cospetto del Pontefice. Ha con sé un plico in cui si allerta che l’esercito longobardo, guidato da Re Agilulfo, sta marciando attraverso la Tuscia, puntando inesorabilmente verso Roma.
Un altro esercito longobardo è ugualmente in marcia verso Roma, provenendo dalla Sabina.
L’Imperatore, da Bisanzio, sembra non avere a cuore le sorti della vecchia capitale dell’Impero, dunque de “la Cristianità, la Chiesa, la Santa Religione, che dalla barbarie dell’eresia ariana vengono conculcate e perseguitate”[3].
Gregorio Magno, tuttavia, non si perde d’animo e ricorda ai cardinali raccolti nella sala dei concili − nel Patriarchio lateranense − che ha avuto assicurazione dalla “buona Regina Teodolinda” che lei avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per far desistere il marito “dal triste proposito di occupare Roma”.
Con il Duca Ariulfo, responsabile delle truppe longobarde operanti in Sabina, sono in atto trattative che possono far guadagnare tempo prezioso ma, data la gravità della situazione, è urgente che il Pontefice lasci per un periodo Roma e si metta al sicuro altrove. Non è certo una decisione da prendere a cuor leggero e Gregorio Magno è determinato a rimanere lui stesso a difesa di Roma e della Cristianità.
I giorni passano e le notizie che giungono al Laterano non sono certo confortanti:
«Monaci e sante Vergini, abbandonati i loro monasteri, fuggivano innanzi ai feroci invasori e giungevano a frotte nella città, chiedendo asilo e soccorso. Molti altri, raminghi e sperduti nelle campagne prossime a Roma, cercavano di raggiungere altri cenobi posti in località meno esposte, quali il monastero sulla cresta del Monte Soratte e quello di Sant’Elia in Sub-Pentoma, presso Nepi».[4]
L’esercito longobardo, guidato da Agilulfo, ha ormai raggiunto il Forum Cassii (corrispondente, all’incirca, all’attuale Vetralla) e continua ad avere come obiettivo finale Roma che può contare solo su poche truppe male equipaggiate e, dunque, non può non essere travolta dall’orda.
Viene presa la grave decisione: il Papa deve lasciare la città!
Viene convocato il Maestro delle Milizie, “il prode Castorio”, buon conoscitore dei luoghi del circondario romano.
Propone come asilo sicuro, per il Pontefice, Nepi, distante appena 25 miglia da Roma, “possidenza diretta e suddita della Santa Sede” che vi esercita dunque la piena giurisdizione.
Nepi è, inoltre, in posizione sicura, quasi equidistante dalle vie consolari Cassia e Flaminia.
La scelta logistica ottiene un unanime consenso e Gregorio Magno la accoglie con queste parole:
«Se ben rammento, a breve distanza da Nepi, nella valle sottostante la città, esiste un Cenobio Benedettino…Sarebbe mio vivo desiderio trovare asilo, per me, in quel Monastero. Nella iattura che mi colpisce, avrò conforto tra le sue mura, in mezzo ai miei confratelli, in quella vita claustrale che incessantemente rimpiango»[5].
Il Maestro delle Milizie non può non essere d’accordo, considerando anche la vicinanza del Monte Soratte e della sua cima − facilmente presidiabile − come via ultima di fuga, per il Pontefice, in caso di estrema necessità.
Il Papa dunque parte alle prime luci dell’alba del giorno successivo, “scortato da un manipolo di fedeli e valorosi militi, accompagnato dal Maestro delle Milizie, dal Cardinale Anacleto e da un limitatissimo numero di famigliari”.
Durante il viaggio Gregorio Magno viene intrattenuto dai racconti di storia nepesina del “prode Castorio”: la fondazione della cittadina da parte di Larthe Termo prima dell’arrivo di Enea in Italia, il suo confederarsi con la Romana Repubblica, il suo ruolo nella Pentapoli etrusca, la sua precoce cristianizzazione segnata, nel primo secolo, dal martirio di Tolomeo e Romano, fino alla conversione di un tempio pagano dedicato, in epoca romana, a Diana nel Cenobio Benedettino dove sono diretti.
Gregorio Magno ha presto parole di elogio per il Cenobio e la stessa Valle Suppentonia che lo avvolge e protegge:
«Mai, vidi luogo più adatto alla elevazione dello spirito; e comprendo bene come tante anime pie abbiano qui trovato completo alimento per la loro vita contemplativa!»[6].
La permanenza di Gregorio Magno presso il Cenobio Benedettino sarà di enorme beneficio. Verrà ordinata l’edificazione di un castello a sua difesa e i lavori, diretti dal Maestro delle Milizie, inizieranno immediatamente. Il Papa ordinerà anche che i resti mortali del celebre Abate del Cenobio, Anastasio e del suo fraterno amico Nonnoso che era stato a lungo monaco presso il monastero di San Silvestro sul Monte Soratte, vengano messi al sicuro da possibili saccheggi. Il luogo prescelto per ospitare le sacre reliquie è una delle diverse grotte anacoretiche che punteggiano il costone tufaceo della Valle Suppentonia. È, tuttavia una grotta speciale, dedicata a San Leonardo, sufficientemente nascosta e che verrà successivamente santificata da meravigliosi affreschi di Cristo benedicente, San Giovanni Evangelista e, “divinamente bella”, la figura di Maria (che si dice possa aver ispirato l’affresco di Santa Maria Ad Rupes).
I resti mortali di Sant’Anastasio e San Nonnoso vengono dunque tumulati nell’altare ruspestre “la cui forma fa credere che dentro vi si nascondessero reliquie”. Presenta difatti un piccolo sepolcro scavato nel tufo visibile ancora oggi che veniva “chiuso sul piano orizzontale da una tavola di pietra o di marmo” e su di esso venivano probabilmente celebrati i divini Misteri.
Nel frattempo, le truppe longobarde sono oramai molto vicine a Nepi e si prevede oltrepassino presto il Lacum Janulae (attuale Lago di Monterosi) dirette verso Roma.
La Regina stessa, con il suo seguito, si troverà dunque non distante dal Cenobio Benedettino. Le si potrà allora dare modo di realizzare il suo “vivo desiderio di riaccostarsi alla Santa Comunione cristiana, presenziando alla celebrazione del divino sacrificio”.
È naturalmente necessario che il tutto avvenga nella massima circospezione ed il luogo prescelto è la mistica grotta di San Leonardo, con il patrocinio dei santi che vi sono appena stati tumulati.
Il giorno successivo giunge notizia dell’arrivo della Regina Teodolinda presso il Lacum Janulae. Scortata in gran segreto, di notte, alla Grotta di San Leonardo, si genuflette “pervasa di evidente commozione” dinanzi a Gregorio Magno.
«Finalmente, dopo tanto tempo, la buona, la pia Principessa bavarese, poté riaccostarsi alla Mensa Eucaristica ricevendo il Signore per le mani del più grande Pontefice della Cristianità.
[…]
Seguirono le ultime preghiere della Messa e poi ancora altre di ringraziamento e di implorazione. Il Pontefice, togliendo le sacre vesti ecclesiastiche, rimase nel suo povero sajo monacale. La Regina si alzò muovendo verso il centro dell’ambiente. È il momento in cui si svolgeranno i colloqui, che da questa sperduta, povera grotta scavata in orrido dirupo, apporteranno la salvazione di Roma […]
Gregorio I, la Regina Teodolina, il Cardinale Anacleto rimasero soli […]»[7].
Non sappiamo ma non è difficile immaginare quanto si dissero, quali fossero le richieste di Gregorio Magno alla Regina Teodolina ma le vicende storiche successive dimostrano quanto l’azione persuasiva della Regina longobarda presso il marito sia stata decisiva.
Infatti:
«Torneranno gli eserciti longobardi verso il settentrione, recando spoglie e ricchezze; depauperati rimarranno gli erari, ché un onere annuo di cinquecento libbre d’oro graverà l’urbe; ma Roma sarà salva.
Teodolinda sarà l’istrumento che la Provvidenza aveva posto nelle mani del Grande Gregorio per modellare la desiderata pace».[8]
Manuel Olivares
www.viverealtrimenti.com
[1] A. Grispigni, Il Castello di Sant’Elia de Pentoma, Bassano del Grappa 1997, p. 29.
[2] L’attuale Bolsena.
[3] A. Grispigni, op. cit., p. 31.
[4] Ivi, p. 33.
[5] Ivi, p. 40.
[6] Ivi, p. 60.
[7] Ivi, p. 80.
[8] Ivi, p. 81.
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