Le fascinose vicende del papiro ravennate

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Le fascinose vicende del papiro ravennate

Chi volesse approfondire la storia di Castel Sant’Elia ― paese della bassa Tuscia poco distante da Nepi (VT) che abbiamo più volte menzionato nella nostra serie Tuscia mistica ― e, in particolare, dell’antico monastero da cui ha preso il nome, può facilmente incorrere nel cosiddetto papiro ravennate.

Questo viene ben presentato, dallo storico viterbese Luigi Cimarra, nell’articolo: «Splendori di Bisanzio: testimonianze della presenza bizantina nel territorio della Tuscia romana», pubblicato su Biblioteca e Società (rivista del Consorzio Gestione Biblioteche di Viterbo), Anno XI, n. 1-2 (giugno 1992), pp. 21-26 e disponibile qui per il download.

Il papiro, redatto in latino tardo-antico, risale al 3 giugno 557 e dunque non può non essere giunto fino a noi danneggiato e lacunoso in più punti ma, attraverso uno studio attento che ha visto come principale protagonista il paleografo e latinista svedese Jan Olof Tjäder, è stato in gran parte possibile analizzarne il contenuto.

L’utilizzo del papiro come materiale scrittorio, nel sesto secolo in Italia, “non deve destare meraviglia”, scrive Cimarra. La pergamena era difatti utilizzata solo per realizzare libri mentre i papiri rappresentavano “la grande quantità di carta scritta necessaria a fissare in documenti l’infinita serie di rapporti politici, giuridici, amministrativi ed economici che si sviluppavano nella capitale d’Italia di questi secoli”.

La capitale cui si allude è Ravenna, dato che il periodo storico qui considerato è quello del Regno ostrogoto (493-553 d.C.) che aveva notoriamente scelto la città romagnola come proprio centro principale. Tuttavia, nel 540 ― nel corso della guerra greco-goticaRavenna viene presa dai Bizantini e, da quel momento, sarà il loro caposaldo inamovibile in Italia fino al 751, quando cede alla conquista del re longobardo Astolfo (evento che segna la fine dell’Esarcato d’Italia e il crollo definitivo del potere politico e militare di Costantinopoli nell’Italia centro-settentrionale).

Dunque, il papiro ravennate è stato redatto il 3 giugno 557, quando a Ravenna ci sono oramai da un certo numero di anni i Bizantini. Gli eventi cui si riferisce, tuttavia, sono precedenti e ascrivibili, probabilmente, ad un periodo approssimativamente compreso tra il 538 e il 550.

Il papiro ravennate costituisce, sostanzialmente, il verbale di vicende di terre contese. Coinvolge persone comuni, ad esempio il testimone Sitza; protagonisti di quel periodo storico: il generale Flavio Belisario (500–565 d.C.) ― spesso soprannominato “l’ultimo dei Romani” per il suo ruolo chiave nella riconquista dei territori d’Occidente sotto l’imperatore Giustiniano (482-565)― e Papa Vigilio (550-555); il protagonista della contesa: il goto Gundila e l’abate del Monastero di Sant’Elia: Anastasio.

Dato il calibro di almeno due personaggi e il fatto stesso che il testo fu acquisito formalmente e depositato nell’Archivio dell’Arcidiocesi di Ravenna, la vicenda non poteva essere banale e ha difatti focalizzato l’attenzione di importanti storici e specialisti.

 

Una prima versione del papiro è stata riportata nel libro I papiri diplomatici raccolti ed illustrati dall’Abate Gaetano Marini, primo custode della Biblioteca vaticana e prefetto degli archivi segreti della Santa Sede, pubblicato a Roma ― nella stamperia della Sacra Congregazione De Propaganda Fide ― nel 1805 (disponibile qui per il download).

Gli storici che si sono occupati di questo reperto, tuttavia, hanno potuto analizzarne una versione meno lacunosa, ricavata a seguito di uno studio approfondito dell’originale da parte di Jan Olof Tjäder.

Dunque cosa accadde precisamente, nella zona di Nepi, intorno agli anni Quaranta del VI secolo?

Date le oggettive difficoltà a “ricucire” il contenuto del papiro, è stato possibile delineare il tracciato di una storia che ― a fronte di alcuni punti fermi ― resta aperta a diverse congetture.

 

 

Le vicende e la loro cornice storica

 

Gundila, il protagonista delle vicende riportate nel papiro in oggetto, è un esponente, probabilmente rilevante, della comunità gota presente, all’epoca, in Italia. I goti avevano generalmente aderito al Cristianesimo ariano, particolare su cui merita soffermarsi brevemente. L’imperatore bizantino Costanzo II (317-361) promosse un’attività di conversione, a nord del Danubio, negli anni Quaranta del IV secolo (dunque due secoli prima degli eventi presentati nel papiro ravennate). In quel contesto l’imperatore fece ordinare vescovo Ulfila (311-388). Sebbene fosse nato da genitori romani, in una comunità della Cappadocia sottomessa dai Goti, Ulfila si integrò a tal punto da tradurre la Bibbia in gotico, creandone appositamente l’alfabeto. La sua opera precedette di alcuni decenni la Vulgata latina di san Girolamo. Il Cristianesimo promosso da Ulfila ― scrive lo storico inglese Peter Heather nel suo classico The Goths ― divenne nel V e nel VI secolo un tratto caratteristico della comunità gota presente all’interno della frontiera di Roma ed è stato talora etichettato come ariano e semi-ariano. In realtà, scrive ancora Heather, esso apparteneva ad ambienti colti cristiani che rifiutavano la nozione nicena di fede ― secondo la quale il Figlio era della stessa sostanza del Padre (homoousios) ― sia sulla base del fatto che il termine non era menzionato nei testi sacri, sia per evitare che venisse a cadere una reale distinzione tra il Dio Padre e il Dio Figlio. Del resto lo stesso imperatore Costanzo II era ariano, in un momento in cui non era ancora chiaro se e quando il credo niceno sarebbe divenuto quello dominante.

Questa particolare identità religiosa si mantenne salda anche nei secoli successivi. Come evidenzia Heather, durante il Regno ostrogoto in Italia (493-553 d.C.) il re Teodorico (454-526) si adoperò per mantenere buoni rapporti con il papato e, di conseguenza, con il Cristianesimo calcedoniese (posteriore, cioè, al Concilio di Calcedonia in cui fu definitivamente delineata la dottrina ortodossa). Nonostante la fede ariana dei dominatori Goti, la pragmatica politica teodoriciana cercò sempre la coesistenza pacifica e il riconoscimento reciproco con la maggioranza romana e le sue istituzioni ecclesiastiche.

Questa linea di tolleranza entrò tuttavia in una crisi irreversibile alla fine del suo regno. Quando Teodorico morì, nel 526, i rapporti tra ariani e calcedoniesi erano ormai profondamente incrinati. La fine dello scisma acaciano[1], nel 519, aveva infatti ricucito la frattura teologica tra il papato e Costantinopoli: venuta meno questa divisione, il sovrano ostrogoto iniziò a temere un complotto tra l’aristocrazia senatoria romana e l’Impero d’Oriente. Questo clima di sospetto, esacerbato dai successivi decreti imperiali anti-ariani[2], trasformò gli ultimi anni del governo di Teodorico in una stagione di dure repressioni politiche e religiose.

Dopo pochi anni la situazione precipita e, nel 535, ha inizio la guerra greco-gotica che si concluderà nel 553 con la vittoria dei bizantini.

Siamo dunque giunti alla cornice storica dei fatti riportati nel papiro ravennate. Di questi si occupa in maniera piuttosto dettagliata lo storico americano Patrick Amory. Dopo aver conseguito un dottorato in filosofia a Cambridge ha pubblicato, nel 1997 per la stessa università, il volume People and Identity in Ostrogothic Italy, 489-554.

Intorno al 539, scrive Amory, un soldato goto di nome Gundila subisce la confisca delle sue proprietà nel territorio di Nepi da parte delle armate bizantine di Giustiniano.

Riesce, tuttavia, a recuperarle presentando istanza a Belisario e abbracciando il Cattolicesimo sotto papa Vigilio nell’anno del trionfo bizantino: il 540. Il vescovo ariano di Roma certifica che Gundila ha abiurato la propria fede originaria e il soldato goto dona immediatamente una parte della sua proprietà alla chiesa di Santa Maria di Nepi.

Nell’autunno del 541 viene acclamato re degli Ostrogoti, a Pavia, Totila, la cui improvvisa e travolgente ascesa rimette tutto in discussione. La Tuscia romana e il territorio di Nepi si trovarono proprio al centro della violentissima controffensiva di Totila per isolare Roma dal nord, trasformando i possedimenti terrieri in territori contesi e instabili. La proprietà di Gundila viene dunque acquisita da un ufficiale dell’esercito ostrogoto: Tzalicone.

Nel 544-545 il generale Belisario occupa nuovamente Nepi e Gundila non si lascia sfuggire l’occasione per reclamare la sua proprietà. Il generale bizantino, tuttavia, la cede al Monastero di Sant’Elia. Gundila si rivolge dunque a Papa Vigilio che convoca l’abate del monastero e gli ordina di restituire il fondo che gli era stato destinato da Belisario al goto convertito.

Quando Gundila torna in possesso della sua proprietà, scrive ancora Amory, ne dona una parte al Monastero di Sant’Elia e un’altra al Monastero di Santo Stefano (di cui non rimangono vestigia ma la questione degli insediamenti monastici nella Valle Suppentonia, nel territorio tra Nepi e Castel Sant’Elia, meriterebbe di essere approfondita anche nell’ambito degli ambienti rupestri di cui il luogo è molto ricco). Alla fine degli anni Quaranta del Cinquecento, Nepi torna nelle mani dei Goti e la proprietà del povero Gundila nella mani di Tzalicone.

Nel 557, terminata finalmente la guerra greco-gotica, la questione finisce davanti a un magistrato, a Roma. Parte della proprietà appartengono ora a Gundila e ai suoi eredi, parte agli eredi di Tzalicone e poi alcune sezioni sono rimaste ai due monasteri e alla chiesa di Santa Maria di Nepi. Patrick Amory ritiene che il fatto stesso che il papiro sia rimasto nell’archivio arcivescovile di Ravenna starebbe a dimostrare che i monasteri non riconsegnarono le sezioni della proprietà di Gundila di cui entrarono in possesso. Questa la ricostruzione dello storico americano che dedica al papiro ravennate anche l’Appendice 1 del suo testo, dove analizza diversi dettagli cronologici avendo costantemente il testo ricostruito (in buona parte) da Tjäder come riferimento.   

Mi sembra, francamente la più completa.

 

 

Bandoli da altri contributi

 

Esistono on line diversi contributi interessanti sul papiro ravennate che, a voler essere pedanti, fa parte di una serie di documenti che Tjäder aveva denominato papiri non-letterari latini d’Italia.

Mi limiterò a citarne e condividerne due:

 

  • Romani e Ostrogoti fra integrazione e separazione. Il contributo dell’archeologia a un dibattito storiografico, di Marco Aimone per Reti Medievali Rivista, 13, 1 (2012), disponibile qui per il download. Mi è stato d’aiuto soprattutto per orientarmi nella ricerca e, oltre ad offrire una prospettiva generale, non manca di soffermarsi in più punti sulla figura di Gundila;
  • Per chi legge l’inglese segnalo la seguente pubblicazione dell’Institute of Historical Research di Londra: Ravenna: its role in earlier medieval change and exchange. È un testo di 384 pagine ma merita in particolare soffermarsi sul capitolo curato da Salvatore Cosentino: Social instability and economic decline of the Ostrogothic community in the aftermath of the imperial victory: the papyri evidence che tratta diffusamente dell’argomento di questo post ed è, a sua volta, disponibile qui per il download.

 

Marco Aimone cita Gundila come esempio calzante di un ex militare goto desideroso di vivere la “tranquilla vita dei possidenti latini”. Non sono del resto mancati, nel sesto secolo in Italia, casi di matrimoni misti, riconducibili evidentemente anche al desiderio, da parte di diversi Goti, di integrarsi nei territori conquistati o dove comunque, anche dopo la vittoria dei bizantini, si trovavano oramai a vivere. Quanto i Goti in Italia fossero propensi a integrarsi o quanto, piuttosto, tendevano a vivere, soprattutto nella “fase aurea” del loro regno, in enclaves separate o, più semplicemente, in che misura mantenessero “un senso di alterità auto-distintiva rispetto alla popolazione romano-italica” è oggetto di dibattito tra gli studiosi. Nel caso di Gundila interviene anche una “conversione strategica” che, tuttavia, dato il periodo storico e l’offensiva antiariana dei Bizantini era, direi, indispensabile per salvare il proprio patrimonio.

Gundila, scrive Aimone, era un nome molto diffuso nell’Italia ostrogota e si trova anche in forma di monogramma su nove cochlearia d’argento (cucchiai utilizzati nell’antica Roma e durante l’alto Medioevo) del servizio da mensa del cosiddetto tesoro di Desana, ritrovato a Settime di Desana, nel vercellese, intorno al 1936-37 e che viene ben presentato nel seguente video

 

 

Nei pressi della stessa località sono stati successivamente trovati i resti di un’enorme villa tardoromana che può essere facilmente accomunata al tesoro, appartenente con ogni probabilità a una famiglia mista.

Non è l’unico ritrovamento importante menzionato da Marco Aimone in nord-Italia (dove i Goti erano soprattutto insediati).

Tornando a “Gundila nepesino”, Salvatore Cosentino, nel suo contributo menzionato, si pone qualche legittima domanda. “Io non credo”, scrive Cosentino, “che Gundila fosse un semplice soldato e possidente. Sembra essere in buoni rapporti con papa Vigilio e sufficientemente introdotto in ambienti cruciali per raggiungere direttamente Belisario con le sue richieste”.

Cosentino propone dunque di identificare il protagonista delle vicende riportate nel papiro ravennate con l’omonimo personaggio storico che, nel 501, rivestiva la carica di maior domus regiae (maggiordomo o capo della corte reale) nel Regno ostrogoto.

Nel 501 Roma era devastata dallo Scisma Laurenziano: una violenta spaccatura interna all’aristocrazia e al clero romano per l’elezione del Papa (che vedeva contrapposti Simmaco e Lorenzo). Re Teodorico inviò tre delegati di massima fiducia per fare da mediatori e riportare la pace: Arigerno, Bedeulfo e, per l’appunto, il vir sublimis Gundila. Del resto, si premura di sottolineare Cosentino, nel 557, data in cui viene redatto il verbale del papiro ravennate, Gundila era morto, cosa che rende abbastanza verosimile il fatto che nel 501 la stessa persona potesse aver avuto incarichi di prestigio (anche se, considerata la cronologia delle diverse vicende di cui fu protagonista, si sarebbe rivelato abbastanza longevo per l’epoca). Quest’ipotesi, riporta Cosentino in una nota, sarebbe stata considerata dallo stesso Tjäder e se la vediamo in relazione al Gundila del tesoro di Desana può essere facile (ma non necessariamente esatto) concludere che lo stesso nome fosse diffuso in ambienti ostrogoti d’élite.

 

 

Conclusioni

 

Personalmente concordo con Cosentino riguardo al fatto che Gundila non fosse un semplice soldato e possidente. Il diretto coinvolgimento di figure del calibro di papa Vigilio e di Belisario dimostra che l’intricata e annosa vicenda di cui è stato protagonista non poteva essere di secondaria importanza. Gundila apparteneva verosimilmente all’élite gota e la sua proprietà doveva essere considerevole, come suggeriscono le ripetute divisioni del terreno tra più soggetti.

Altro elemento da considerare è la collocazione strategica di Nepi.   

L’antica Nepet era difatti un centro urbano fortificato (municipium) lungo il tracciato della Via Amerina, a breve distanza dalla Via Cassia. Inoltre la Valle Suppentonia, dove si trovava il Monastero di Sant’Elia, fungeva da vera e propria bretella di collegamento strategico verso la via Flaminia. Ancora oggi esiste un sentiero lungo le cenge della stessa valle, detto “delle Fontanacce”, quasi del tutto impraticabile anche se, con il giusto equipaggiamento, se ne può percorrere qualche tratto. Nei secoli ci sono stati, purtroppo, molti crolli, dunque non è facile oggi intuirne la fisionomia originaria ma è chiaro che è stato per molto tempo, assieme ad altri sentieri di fondovalle e di cengia, un percorso che presentava diversi vantaggi, soprattutto da un punto di vista militare perché avveniva in buona parte “sotto fronda”.

Lungo il percorso si trovano diversi ipogei ― oltre che punti di approvvigionamento idrico (da qui probabilmente il nome di Fontanacce) ancora attivi ― parte di quello che, ancora nel VI secolo, doveva essere il monastero diffuso di Sant’Elia: un grande insediamento cenobitico in grotta (ovvero in celle ampiamente distribuite nel versante della Valle Suppentonia su cui oggi affaccia Castel Sant’Elia), secondo il modello delle laure siro-palestinesi[3]..

La parte più antica della struttura monastica di cui oggi rimane solo la Basilica di Sant’Elia ― la cripta ― risale infatti “solo” all’VIII secolo e dunque quando pensiamo al Monastero di Sant’Elia nel VI secolo dobbiamo fare uno sforzo dimmaginazione e uscire dallo stereotipo delle, non di rado imponenti, costruzioni che si sarebbero diffuse nel Basso Medioevo.

Segnalo il seguente post per chi volesse approfondire la storia del monastero e, in chiusura, non posso non enfatizzare quanto il papiro ravennate ne rappresenti un cruciale riferimento.

Tramite quel che ne rimane sappiamo difatti che, nella prima metà del sesto secolo, il Monastero di Sant’Elia era un cenobio maturo, dotato di piena capacità giuridica sulle proprie pertinenze. Il suo abate e i suoi monaci erano evidentemente ritenuti, da Belisario, sufficientemente organizzati ed affidabili per gestire un fondo cruciale in un momento geopoliticamente delicatissimo come quello della guerra greco-gotica.

Lo stesso territorio, pochi decenni dopo, rientrerà nel famoso corridoio bizantino, strategico nella guerra che vedrà, nuovamente, i Bizantini contrapposti ai Longobardi.

Evidentemente Belisario era stato lungimirante e ― difficile distinguere qui la storia dalla leggenda ― durante la guerra contro i Longobardi la Valle Suppentonia fu nuovamente al centro di vicende cruciali, ancora tra un papa (Gregorio Magno) e una regina.  Di questo abbiamo parlato in un altro post, in occasione di un’importante rievocazione storica. 

 

Manuel Olivares

 

 

Bibliografia di riferimento   

 

Peter Heather, The Goths, Blackwell Publishers, Oxford (UK), 1996.

Patrick Amory, People and Identity in Ostrogothic Italy, 489-554, Cambridge University Press, Cambridge (UK), 1997.

Fabrizio Scoppa, Papa Vigilio e il papiro Ravennate, Nepi, «Antiquaviva. Quaderni di studi e ricerche», XIII, n. 3 (giugno 2010).

 

 

[1] Lo scisma acaciano (484-519 d.C.) rappresentò la prima grave rottura ufficiale tra la Chiesa di Roma e il Patriarcato di Costantinopoli. Il conflitto nacque dal tentativo dell’imperatore d’Oriente Zenone e del patriarca Acacio di mediare con gli eretici monofisiti tramite l’editto teologico dell’Henotikon (482 d.C.). Papa Felice III rifiutò il documento poiché aggirava i decreti dogmatici del Concilio di Calcedonia (451 d.C.) e scomunicò Acacio, provocando una divisione trentennale che fu ricomposta solo sotto il regno di Giustino I e il pontificato di Ormisda. Per approfondire: wikipedia.org/wiki/Scisma_acaciano

[2] In particolare, prima della guerra greco-gotica: 1) l’Editto di Giustino I (523): Escluse gli ariani da uffici pubblici, esercito e magistrature. Decretò la confisca delle loro chiese, provocando una gravissima crisi diplomatica con il re ostrogoto Teodorico in Italia e 2) il  Corpus Iuris Civilis di Giustiniano I (529-534): Sancì la “morte civile” degli eretici. Agli ariani fu vietato ereditare, fare testamento, testimoniare in tribunale o possedere schiavi cattolici.

[3] La laura (dal greco λαύρα, letteralmente: “passaggio”, “vicolo”) costituisce una forma di proto-monachesimo di tipo semi-eremitico, capillarmente diffusa in area siro-palestinese a partire dal IV secolo d.C. e legata a figure carismatiche come sant’Ilarione di Gaza e san Caritone. Dal punto di vista strutturale e organizzativo, la laura rappresentava una via di mezzo tra l’eremitismo assoluto (anacoretismo) e la vita comunitaria (cenobitismo): essa consisteva in un agglomerato di grotte o celle singole e isolate (le kellia), distribuite su un territorio impervio, i cui occupanti conducevano una vita di rigoroso isolamento e silenzio durante la settimana, per poi radunarsi nei giorni di sabato e domenica in un nucleo centrale comune (la coenobia) per la celebrazione dell’Eucaristia, la preghiera comunitaria e la consumazione dei pasti.