Grazie Islam! Intervista a Franco Cardini
Il Professor Franco Cardini non credo abbia bisogno di presentazione alcuna. Su questo blog, il 31 gennaio 2022, è stato pubblicato il post Hamza e i significati del Corano…a Liverpool dove viene ampiamente citata la sua prefazione all’ultima edizione italiana della traduzione, di Hamza Piccardo, del Corano.
Nel settembre 2025 viene pubblicato il testo, di Franco Cardini, Grazie Islam! Quelle poche, piccole cose che l’Occidente deve al mondo musulmano, considerato da alcuni (non dallo stesso autore) una sorta di risposta al precedente Grazie Occidente. Tutto il bene che abbiamo fatto, di Federico Rampini. In effetti una “specularità di titolo” non può non balzare all’occhio ed una lettura dei due testi a confronto credo abbia un suo appealing.
Personalmente ho letto ed apprezzato entrambi, ritenendo di essere grato tanto all’Occidente quanto all’Islam (spero perdonerete il sintetico equidistanzismo, in un paese dove abbondano le polarizzazioni potrebbe essere “rivoluzionario”…).
Resta fermo che, in Italia, la prospettiva di Cardini sull’Islam non credo possa trovare la stessa accoglienza di quella, più “palatabile” per la nostra opinione pubblica, di Rampini sull’Occidente ed è anche per questa ragione – e per le ragioni di cui verrà presto dato conto – che il testo Grazie Islam! rappresenta una pubblicazione importante.
Ho dunque pensato di tentare di approfondire alcune questioni legate all’Islam con il Professor Cardini, cui avevo già scritto in occasione della pubblicazione del post Hamza e i significati del Corano…a Liverpool. Lui, malgrado fosse comprensibilmente oberato di lavoro, ha cortesemente trovato il tempo di rispondere alle domande che avevo elaborato per questa breve intervista che spero apprezzerete.
In ogni caso: buona lettura!
Manuel Olivares
Buongiorno Professor Cardini, la ringrazio per aver accettato di essere intervistato. Il suo ultimo libro, Grazie Islam!, colma un vuoto informativo importante riguardo il dibattito, troppe volte polarizzato e penoso, cui assistiamo in Italia in merito alla seconda religione del paese. In effetti ritengo che l’Islam ci sia molto più vicino di quanto l’italiano medio possa immaginare, per le ragioni che lei ha esposto nel suo libro. Secondo fonti allarmistiche il mondo occidentale si starebbe progressivamente islamizzando, in virtù di un’ancora forte immigrazione da paesi musulmani e di una maggiore natalità presso le famiglie di religione islamica. Molti parlano di una mancata integrazione, di una presenza islamica che rischia di configurarsi come “uno stato nello stato”, come del resto si dice stia accadendo − oramai da un certo tempo − con la comunità turca in Germania. Lei come vede la presenza islamica in Europa e, naturalmente, in Italia? In che misura le sembra refrattaria all’integrazione, come temono alcuni?
Integrazione è un termine generico, che nella migliore delle ipotesi configura un modo antiquato e superato di concepire i rapporti fra un paese ospitante e i membri di una comunità straniera, per giunta – in questo caso – di religione diversa dalla cristiano-cattolica. Il punto è il livello di cultura e di capacità di adattamento. In Italia l’opinione pubblica, ordinariamente ignorante, disinformata e piena di pregiudizi, pensa al “velo” femminile (al hijab, di solito), alla segregazione delle donne, o addirittura all’infibulazione che non è usanza musulmana bensì etnica (somala, di solito); oppure si fantastica sul “fondamentalismo” e sul terrorismo, che ovviamente non sono affatto la stessa cosa. La verità è un’altra. Che tra i migranti ci sia una certa percentuale di delinquenti, più occasionali che abituali, è un fatto: ma gli stranieri che vengono a lavorare ci servono, quindi è inutile farne un dramma. È necessario rafforzare e rendere più funzionali e sistematici i controlli, questo sì: ma senza isterismi. I problemi emergenti sono due: la capacità di adattarsi a un lavoro e la lingua. Poi c’è una certa difficoltà diffusa ad adattarsi al sistema di vita italiano (ma dipende da che paese vengono i musulmani: un conto è l’Africa settentrionale, un altro ancora l’Africa nera, un terzo il Pakistan; dal Vicino Oriente l’immigrazione è scarsa, forse a parte la Siria e ora arriveranno anche un po’ di palestinesi). La situazione tedesca è speciale dati sia l’importanza numerica e socioeconomica della comunità turca in Germania, sia i vecchi rapporti di amicizia che risalgono quanto meno al Kaiser Guglielmo II e che si sono rafforzati adesso con Erdogan (ma forse ora peggioreranno data la stupidità dell’attuale governo tedesco). Quanto al problema generale, un dato negativo o limitativo potrebbe essere costituito dalla preparazione degli imam, spesso scarsa. Un altro, in Italia, la pessima politica estera, impresentabile, del governo italiano e l’attitudine di una parte della società civile del nostro paese, che vede un pericolo nell’apertura di nuove moschee. Al contrario; la moschea è un centro di aggregazione pubblico e responsabile, un fattore di stabilità. E poi ci sono circa un milione e duecentomila musulmani che sono anche cittadini italiani (di cui oltre centomila “ritornati all’Islam” ovvero: convertiti) e la Costituzione tutela la tolleranza religiosa ed esige che tutti i cittadini italiani dispongano di un luogo di culto adatto alla loro fede. Il resto dei pregiudizi diminuirà e scomparirà con il progredire della convivenza: la vera integrazione procede con la conoscenza, la reciproca fiducia, l’amicizia specie fra ragazzi a scuola. Poi c’è l’amore. Nulla è più integrante, nel giro di pochi anni, di due ragazzi che si vogliono bene sul serio e vogliono star insieme e fare dei figli che poi vanno a scuola. La mia COLF è una ragazza marocchina che porta il hijab. È buona, onesta, educata. Le ho regalato un’edizione del Corano tradotta in italiano, in maniera che migliori la sua conoscenza della lingua. Mi è stata molto riconoscente. Punto e basta.
Che effetto le fa lo slogan, che molti temono: “non bisogna modernizzare l’Islam ma islamizzare la modernità”? E quale pensa che sia e, eventualmente, sia auspicabile il rapporto del mondo islamico con la modernità?
L’Imam Khomeini, che sia sempre benedetta la sua memoria, usava affrontare l’argomento con grande semplicità. Lo spiegò anche a Oriana Fallaci. La Modernità ha molti lati buoni, specie nella tecnologia e nella medicina. Le cose buone che vengono dall’Occidente debbono venir accettate, come in passato gli occidentali hanno accettato senza discutere tutte le novità scientifiche e tecnologiche provenienti dall’Islam. Ci sono poi cose sulle quali bisogna discutere, come il diritto dei lavoratori musulmani ad avere ordinariamente la possibilità di pregare nelle ore di lavoro: su ciò bisogna consultare il proprio Imam e poi agire con grande duttilità e disponibilità, luogo per luogo: chiedere non più del necessario, non portar rancore per eventuali risposte negative, perdonare quelle scortesi ma reagire con pacata fermezza e puntare ad ottenere gradualmente ciò ch’è giusto. Lo slogan “modernizzare l’Islam” può corrispondere a cose concrete, come la diffusione della monogamia e la sorvegliata accettazione di usi occidentali che – come accade nel codice alimentare e nei rapporti fra i sessi – possono venire introdotti con opportune precauzioni. Anche qui, la prudenza e la moderazione sono necessarie. Quanto a “islamizzare la Modernità”, è uno slogan fondamentalista privo di fondamento logico. Se e quando la Modernità non ostacola l’osservanza dei cinque Arkhan al-Islam, il gioco è fatto: al massimo, si può cercare uno spazio di libertà nel lavoro in coincidenza con le ore canoniche di preghiera e durante il periodo del Ramadan. Se e quando la Modernità contraddice l’Islam, è cosa negativa che va respinta mantenendo se e finché possibile i rapporti amichevoli.
Cosa pensa della categoria di Euro-Islam: neologismo formulato nel 1992 dal politologo siriano-tedesco Bassam Tibi (non esiste una presentazione esaustiva di Bassam Tibi in italiano, se ne parla in questo articolo de Il Foglio; per chi legge l’inglese segnalo questa pagina di Wikipedia)? Questi lamenta la mancata differenziazione, nell’Islam, tra individuo e comunità e propone un’idea liberale della religione islamica che possa evolvere nell’ambito dello stesso mondo islamico europeo.
Sono d’accordo, piuttosto, con Tariq Ramadan. Essere musulmani europei è possibile e auspicabile: è l’Europa che sta diventando troppo individualista (anche per i cànoni cristiani e per quelli puramente civili) e che ha bisogno di una riscoperta della socialità. Di liberismo non c’è proprio bisogno: né all’interno dell’Islam, né fuori da esso. Il liberismo è individualista: e l’individuo è l’essere solo, che fa quello che vuole (il che è asociale) o pensa senza tener conto delle idee degli altri e delle libertà altrui (il che è illegittimo, improponibile, immorale). Islam significa socialità, rispetto reciproco, disponibilità a dare e a ricevere aiuto, fratellanza. È una ricchezza della quale oggi l’Europa manca. Semmai è utile e opportuno maggiore rispetto delle libertà femminili che i musulmani debbono imparare: ma ormai esiste addirittura anche un femminismo musulmano, quindi la dinamica sociale opportunamente sorvegliata può aiutarci una volta di più.
Venendo all’Italia, posso chiederle una sua opinione sulla cosiddetta “guerra delle moschee”, per riprendere il titolo di un libro di Stefano Allievi (sottotitolato: “L’Europa e la sfida del pluralismo religioso”, pubblicato nel 2010) e sulla, più recente, “legge anti-moschee”?
La legge anti-moschee ha due aspetti. Primo: nei confronti dei musulmani italiani essa è illegale e anticostituzionale in quanto la Costituzione italiana difende il diritto di qualunque cittadino italiano a seguire la religione che vuole nel rispetto della legge; per praticare l’Islam la moschea è importante, quindi il discorso è chiuso; la legge del ’24 potrà funzionare solo mediante l’applicazione di mezzucci restrittivi semilegali contro i quali si dovrà agire legalmente. Secondo: nei confronti dei musulmani non italiani la legge anti-moschee è odiosamente xenofoba e cretina. la moschea in quanto centro di aggregazione pubblica dei fedeli, è una garanzia anche per il paese non musulmano ospitante; le restrizioni per motivi di ordine pubblico o di esigenze artistiche, urbanistiche o sanitarie riguardano qualunque edificio di culto e no di qualunque religione, pertanto è di per sé inutile e viene evocata soltanto a titolo di fanatica persecuzione. La legge costituisce un pretesto per attuare una persecuzione religiosa: i cittadini liberi e coscienti hanno il dovere di opporvisi con rigore. Chi ha promosso quella legge ha inteso solo sfruttare i pregiudizi della parte meno qualificata della popolazione italiana: una cosa spregevole, che sfrutta l’ignoranza e il fanatismo a vantaggio della peggiore politica e che si risolve in una vergogna per quanti l’hanno promossa e approvata. Nel XII secolo, a Gerusalemme, i Templari (un ordine religioso-militare) avevano nella loro sede uno spazio dedicato agli ospiti musulmani per consentire loro di pregare indisturbati. Nel XVII secolo, nel porto di Genova, quindi in un’area vicinissima al mare infestato dai corsari maghrebini (barbareschi), c’era una moschea aperta per i musulmani di passaggio. Da allora si è, civicamente parlando, regrediti.
Che idea si è fatta del Sufismo? Sappiamo che ci sono stati diversi tentativi, soprattutto nel Novecento, di sdoganarlo dall’Islam. Secondo lei è un fenomeno indiscutibilmente interno all’Islam, pur in presenza di alcuni elementi di natura sincretica oppure no?
Il Sufismo è una corrente mistica in seno all’Islam: siccome a mio avviso non ha nessun elemento immorale o pericoloso per la legge italiana, è legittimamente praticabile. Che ci siano degli elementi sincretistici, che esulano dall’Islam, è questione strettamente religiosa che non riguarda se non i teologi. Come cattolico, sento il sufismo molto vicino, apprezzato da Louis Massignon e da padre Basetti Sani, islamologi illustri.
Che ruolo pensa possano avere l’Islam ed il Sufismo in una possibile rigenerazione spirituale dell’Occidente?
Fondamentale. Lo spettacolo di una persona credente e virtuosa è un esempio ideale per chi non è né l’una, né l’altra cosa. Oggi la divisione non è più fra chi ha religioni diverse, ma fra chi ha una dimensione spirituale della vita e chi non la possiede. In sinagoga e in moschea prego bene come in chiesa.
Vuole, in ultimo, aggiungere qualche considerazione conclusiva?
Come cattolico aderisco alla visione cattolica ufficiale: le religioni abramitiche, nelle quali si adora l’Unico Dio onnipotente e onnipresente, Creatore Increato, sono tre complementari fra loro. Il cristianesimo è impensabile senza la sua base ebraica; l’Islam è impensabile senza l’ebraismo e il cristianesimo. Come umile credente in Dio, ritengo che la religione del Dio Unico sia una sola, quella di Abramo e degli altri profeti sino a Muhammad e ad Ali, ripartita in tre confessioni: l’ebraica, la cristiana, la musulmana. Chi ha qualche riserva sull’Islam, legga la sura X (Mariam) e la XXIV (al-Nur) del Santo Corano, che dovrà confrontare con la prima pagina del vangelo secondo Giovanni. Sulla funzione profetica di Muhammad, non ho dubbi: non è un profeta del Cristo venuto, che disconosce ma, come insegnano i miei maestri Attilio Mordini e Giulio Basetti Sani, è un profeta del Cristo venturo, che nell’Apocalisse musulmana scende dalla Moschea Bianca di Damasco alla Fine dei Tempi per affrontare e uccidere il Dajjal, vale a dire, per i cristiani: l’Anticristo.
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